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Politiche sanitarie

Legge 40, cinque anni di guai

71808488Troppi divieti, discriminazione delle coppie meno abbienti, scarsa informazione. Ecco le ricadute sociali della norma berlusconiana sulla fecondazione assistita, secondo il quadro desolante dell’indagine Censis di Federico Tulli

«Lo studio del Censis sull’infertilità in Italia, per la prima volta, ha dato voce a chi è direttamente coinvolto, ed è evidente la condanna della legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita, perché mette a rischio la salute di chi la subisce in prima persona: le donne». A cinque anni dall’entrata in vigore di quella che è ritenuta la più antiscientista (e forse anche la più anticostituzionale) delle leggi berlusconiane, il Centro studi investimenti sociali, su mandato della fondazione Serono, ha condotto la prima grande indagine sulle ricadute sociali della norma, e l’avvocato Filomena Gallo, presidente dell’associazione di pazienti infertili Amica cicogna ne commenta l’esito a left. Era la prima volta che un istituto di ricerca si rivolgeva ai soggetti direttamente interessati e anche il giudizio sull’efficacia della legge 40 espresso dalle 606 coppie intervistate, che hanno fatto ricorso alla fecondazione assistita, è risultato decisamente impietoso: troppi divieti, scarsa informazione, discriminazione di chi è meno abbiente. Dati alla mano, appare totale la divergenza tra le intenzioni del legislatore e i risultati dell’applicazione della norma. Secondo il Censis a essere penalizzate sono le coppie meno preparate culturalmente ed economicamente più modeste. Un divario che emerge, per esempio, nei tempi medi di attesa: 10,4 mesi per le più istruite e 21,3 per quelle meno colte. Inoltre 7,7 coppie su 10 sono convinte che la legge penalizzi chi ha meno possibilità economiche, e l’80 per cento si sente svantaggiato rispetto a chi vive in altri Paesi europei. Mentre il 71 per cento sostiene che la legge si preoccupi troppo degli aspetti etici, addirittura il 77,4 dice che la norma ha ridotto le probabilità di diventare genitori. Infine, tra le coppie insoddisfatte dalla legge, il 50,2 per cento si dichiarano cattoliche. «Sono diversi gli elementi preoccupanti che emergono dalla ricerca del Censis», commenta Filomena Gallo. «Per prima cosa, rispetto allo scenario che si presentava prima della legge 40, non “pesa” più solo la differenza di reddito e quindi la possibilità di accedere a centri pubblici o privati. I troppi divieti imposti dalla norma, su tutti quello di fecondazione eterologa, spingono le coppie a rivolgersi all’estero. Cosa che ovviamente non tutti si possono permettere, ma che comunque significa anche non avere le garanzie sanitarie che si avevano in Italia prima della legge 40». flickr3A tal proposito il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella, nel corso della presentazione dello studio del Censis aveva osservato: «Da noi ci sono troppi centri che spesso fanno una politica sbagliata. C’è pubblicità negativa sui dati. Bisognerebbe vedere quanti vanno all’estero pur potendo ottenere le stesse cose in Italia. Sono gli stessi centri a fare cattiva politica attaccando la legge 40 e non promuovendosi». Quella dell’informazione è un’altra questione irrisolta di questa legge. «In Italia – sottolinea la presidente di Amica cicogna – il tabù nei confronti dell’infertilità è forte quanto quello che c’è verso la sessualità umana. Senza un deciso cambiamento culturale, con la sola legge non si va da nessuna parte. Svolta che si può verificare solo tramite un vero dibattito e una corretta informazione. Spesso però – prosegue Filomena Gallo – gli schieramenti politici preferiscono far emergere solo i commenti di chi è pro e di chi è contro le tecniche di fecondazione assistita, senza mai rivolgere l’attenzione alle coppie». Tra l’altro, come ha denunciato il presidente di Cecos Italia, Andrea Borini, «la legge 40 prevede fondi per favorire l’accesso all’informazione, ma non sono mai stati utilizzati». Una classica situazione di stallo all’italiana, ma che forse ora è stata intaccata semplicemente dando voce alle persone direttamente interessate. Left 06/2009

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Prove di Costituzione

È fissata per il 31 marzo prossimo l’udienza dinanzi alla Corte costituzionale per valutare i punti sollevati nel 2008 dalle ordinanze dei Tribunali di Firenze e Roma sulla legge 40. Sotto accusa gli articoli 6 e 13 che impongono il divieto di revoca del consenso informato, il limite di impianto di tre embrioni e il divieto di congelarli.

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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