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Ricerca scientifica

Il relativista impenitente

bellone

Il fisico e storico della Scienza, Enrico Bellone

«In questo libro espongo una rete di collegamenti tra discipline diverse e suggerisco un punto di vista sullo sviluppo della cultura. Discipline diverse, certo: dagli studi sull’origine della scrittura all’esplorazione di ciò che accade nei nostri cervelli e nei nostri organi di senso, dagli sviluppi dell’evoluzionismo all’approccio naturalistico alla filosofia, dalle ricerche sul comportamento degli animali e dei vegetali all’analisi dei generi letterari». Nel suo ultimo saggio Molte nature (Raffaello Cortina editore) il fisico e storico della scienza Enrico Bellone spiega cosa s’intende per “evoluzione della cultura”. Le risposte tradizionali, osserva Bellone, «muovono dal presupposto che l’uomo abbia una mente immateriale dove albergano idee altrettanto immateriali». Queste si svilupperebbero grazie al mondo “spirituale” di Homo sapiens, un essere radicalmente diverso dagli altri viventi, poiché – precisa lo scienziato – «lui solo cercherebbe la verità e sarebbe misura di tutte le cose». L’autore de L’origine delle teorie, suggerisce quindi un’immagine differente, rifiutando il “mentalismo” e ricorrendo alla suddetta rete di relazioni tra discipline diverse. Ne consegue una progressiva caduta di miti: «La scienza odierna non è più figlia di una rivoluzione meramente scientifica avvenuta nel Seicento – precisa Bellone -. La crescita della conoscenza coinvolge insieme arte e scienza, e le nostre immagini non evolvono secondo un progetto predefinito». Insomma, mentre si parla abitualmente di una natura al singolare, Bellone ci mostra che in realtà ci sono molte nature, almeno una per ogni specie animale. «La taccia di relativista a Bellone non gliela toglie più nessuno», commenta il filosofo Giulio Giorello nella prefazione al testo. Di questi tempi, e in questo nostro Paese ostaggio del pensiero antiscientifico e religioso, uno dei migliori complimenti che un professionista della scienza possa ricevere. Federico Tulli *Left 05/2009*

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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