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Ricerca scientifica

Mio caro Jenyns

flickrOttobre 1844, nel pieno della maturazione della teoria evoluzionistica Darwin scrive all’amico. Consapevole della modernità della scoperta, il grande naturalista inglese svela i propri timori a divulgarla

Mio caro Jenyns,

grazie per la tua lettera. Mi dispiace di dirti che sulla zoologia dell’Inghilterra non ho da comunicarti alcun fatto, neanche una briciola. Ho constatato che nel mio caso, anche le osservazioni insignificanti richiedono una certa misura di tempo ed energia, entrambi ingredienti di cui non ho potuto disporre, giacché la scrittura della mia geologia dà fondo a entrambi. Avevo sempre pensato che avrei tenuto un diario e avrei annotato tutto, ma nel mio attuale stile di vita mi rendo conto che non osservo nulla da registrare. La cura del giardino e degli alberi e qualche breve sporadica passeggiata effettuata con una disposizione mentale incline alla pigrizia riempiono ogni pomeriggio nella stessa maniera.  Sono sorpreso che con tutti gli impegni della tua parrocchia tu abbia avuto il tempo di fare tutto quello che hai fatto. Sarei felicissimo di vedere la tua piccola opera (e sarei stato orgoglioso se avessi potuto contribuirvi anche con un unico fatto): il mio lavoro sulla questione delle specie mi ha impresso nella mente in modo assai convincente l’importanza di tutte queste opere, come quella che tu hai in progetto, contenenti quelli che in genere la gente si compiace di definire fatti insignificanti. Sono proprio questi a farci comprendere il funzionamento o l’economia della natura. C’è un argomento sul quale sono assai curioso, e sul quale forse tu potresti fare un poco di luce, qualora ci avessi mai riflettuto, e cioè quali sono i fattori di controllo e quali sono i periodi della vita, attraverso i quali ogni singola specie viene tenuta a freno. Prova solo a calcolare l’aumento di qualsiasi uccello, assumendo che sia allevata solo metà dei piccoli, i quali poi si riproducano: nell’arco della vita naturale, ossia senza accidenti, dei genitori, il numero di individui diventerà enorme, e io sono stato molto sorpreso nel pensare quale grandissima distruzione debba annualmente od occasionalmente abbattersi su ogni specie: eppure di tale distruzione noi non percepiamo i mezzi né il periodo. Ho continuato costantemente a leggere e a raccogliere fatti sulla variazione degli animali e delle piante domestici e sul problema di che cosa siano le specie; ho un’enorme mole di fatti e penso di poter trarre qualche valida conclusione. La conclusione generale alla quale sono stato lentamente sospinto, muovendo da una convinzione diametralmente opposta, è che le specie siano mutabili e che specie affini siano co-discendenti da un ceppo comune. So quanto mi espongo al discredito per una tale conclusione, ma almeno ci sono arrivato lealmente e deliberatamente. Non pubblicherò su questo argomento per diversi anni. Adesso sto lavorando alla geologia del Sud America. Spero di trovare nel tuo libro qualche fatto sulle leggere variazioni di struttura o degli istinti, negli animali di cui hai conoscenza.
Credimi sempre tuo, 

Charles Darwin

Down, Bromley Kent
12 ottobre 1844 (domenica)

**

Master classici moderniQuella intuizione in punta di matita
Durante l’estate del 1842 Charles Darwin compila a matita 35 pagine rimaste a lungo segrete. Si tratta del primo abbozzo della sua teoria evoluzionistica che vedrà la luce nella versione definitiva 17 anni dopo, nel 1859, nel volume L’origine delle specie. In occasione dell’Anno darwiniano, Einaudi pubblica, a cura di Telmo Pievani, quelle pagine. Da esse, così come da alcune lettere che lo scienziato scrisse negli anni seguenti, emergono i timori, le reticenze e il lavoro nascosto che separò l’intuizione del meccanismo della selezione naturale, risalente al 1838, dalla prima comunicazione pubblica delle teorie evoluzionistiche alla Linnean society di Londra, anch’essa raccolta nel volume.

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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