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Ricerca scientifica

Darwin, duecento anni vissuti pericolosamente

darw_bnNel bicentenario della nascita del grande naturalista britannico, l’epistemiologo Telmo Pievani racconta il segreto della straordinaria longevità della teoria evoluzionistica di Federico Tulli

Mantenne riservati i risultati delle sue ricerche per oltre vent’anni, temendo la reazione della società dell’epoca profondamente religiosa e l’impatto sulla comunità scientifica più conservatrice. Charles R. Darwin non fu solo lo scrupoloso ricercatore e l’appassionato osservatore della natura capace di comprendere che l’enorme diversità di forme di vita comparse sulla Terra deriva da processi naturali in atto da milioni di anni. Pur partecipando raramente alla vita pubblica e al dibattito culturale della sua epoca, al suo pensiero viene oggi data anche una valenza filosofica, nonché politica. Inoltre, a due secoli dalla nascita, avvenuta il 12 febbraio del 1809 a Shrewsbury, un piccolo borgo vicinoBirmingham, il suo nome è noto in tutto il mondo. Cosa fece Darwin e perché questo scienziato, molto più di altri suoi colleghi, è tuttora così importante? Lo chiediamo all’evoluzionista e filosofo della scienza Telmo Pievani, curatore de L’origine delle specie (Einaudi) nella versione del primo abbozzo della teoria (il cosiddetto Sketch) del 1842, appena uscito in libreria.
Professor Pievani, la teoria dell’evoluzione costituisce il fondamento di tutta la biologia moderna, si spiega “solo” così l’attualità di Darwin?
Ci sono due fortissimi motivi di attualità. Il primo riguarda i contenuti scientifici della teoria. A differenza di altre rivoluzioni scientifiche, fino a ora la sua non è stata né confutata, né sostituita da una teoria più ampia. Come per esempio è successo alla meccanica newtoniana che viene inclusa nella visione più estesa, e in parte contraddetta, dalla teoria della relatività generale. Ciò che caratterizza l’evoluzionismo è che il meccanismo di mutazione e selezione naturale, vale a dire il nocciolo centrale della spiegazione che Darwin diede 150 anni fa, è ancora perfettamente al centro della spiegazione evoluzionistica. Chiaramente con il progresso della scienza, in particolare della genetica, quel meccanismo è stato integrato con l’aggiunta di fattori che lui non prese in considerazione. Inoltre su alcune cose è stato corretto.
Cosa è risultato sbagliato?
Per esempio è sbagliato il gradualismo estremo del processo evoluzionistico, come anche la sua teoria dell’ereditarietà biologica. Emendamenti che però non intaccano il nocciolo centrale della sua idea che è ancora al cuore del programma di ricerca evoluzionistico.
Il suo metodo di ricerca come è valutato oggi?04
È esattamente il secondo punto di attualità di Darwin, che resta  importante sia per i contenuti della sua teoria, sia per come è arrivato a formularla. È stato il primo naturalista che ha trovato un’unica teoria sintetica, coerente, molto semplice (i meccanismi di base si contano sulle dita di una mano), che però è in grado di spiegare un’eterogeneità di fenomeni eccezionale. È difficile trovare qualcosa di equivalente nella scienza: una teoria che ti spiega le sequenze dei fossili nei milioni di anni, come anche il comportamento animale, o come si accumulano le mutazioni genetiche e si evolvono virus e batteri nel nostro corpo. Tutte dinamiche che seguono un’unica logica: quella evoluzionistica. E lui, osservatore e teorico, ci arriva con un metodo al contempo induttivo e deduttivo. In questo c’è la sua più profonda genialità.
Se esiste, chi è il Darwin del terzo millennio?
Nelle scienze della vita è difficile trovare un nuovo Darwin. In questo secolo e mezzo è successo di tutto. Dopo la sintesi moderna, quella tra la sua visione naturalistica e la “genetica di popolazioni”, le discipline evoluzionistiche si sono inevitabilmente di nuovo frammentate in molti specialismi. Così ci ritroviamo con la paleontologia da una parte e la biologia molecolare dall’altra a cui diversi naturalisti come Stephen Jay Gould e Ernst Mayr hanno dato grande sintesi, ma non al livello di quella di Darwin.
Di recente sul Domenicale del Sole24ore Michele di Francesco ha ipotizzato che la neurofilosofia è una disciplina in grado di portare la spiegazione evoluzionistica fuori dall’ambito strettamente biologico. È d’accordo?08
Condivido le cautele di di Francesco quando dice di stare attenti a non pensare che la filosofia possa essere ridotta completamente a una spiegazione evoluzionistica. È pur vero che oggi si comincia a far interagire questi campi, essendo caduto il vecchio assunto metodologico di quei convinti assertori del fatto che la spiegazione evoluzionistica si ferma al biologico puro, e che quando si passa al comportamento in cui c’è un elemento culturale la teoria darwiniana non ha niente da dire. Ma la spiegazione evoluzionistica non può andare a sostituire la specificità di queste forme del sapere. Un esempio solo: oggi stiamo studiando i modelli di evoluzione culturale, come ad esempio fa Enrico Bellone nel suo saggio Molte nature, e ci siamo resi conto che essa si evolve con specificità incommensurabili rispetto a quella biologica rilevata dall’evoluzionismo: l’evoluzione culturale è lamarckiana, la mutazione culturale non è casuale ma intenzionale, e si sviluppa e si diffonde molto rapidamente. Queste sono caratteristiche che inducono a usare la metafora evoluzionistica solo commisurando analogie e differenze. Resta il fatto affascinante che discipline che sino a ora non si erano mai parlate cominciano a farlo lasciando presagire un aggiornamento interessante della prospettiva naturalistica.
Non proprio una buona notizia per i fautori del “Disegno intelligente”, che peraltro continuano a trovare nuovi adepti anche negli ambiti culturali più impensabili…
telmoIl vecchio creazionismo biblico, quello caricaturale, è tramontato. Negli Usa non c’è più (se non marginalmente come è stato il caso della candidata alla vicepresidenza Usa Sara Palin) il conflitto diretto tra la lettura integrale del testo biblico e la scienza: si è sviluppata un’altra “scuola di pensiero”, quella dell’Intelligent design (Id), che si propone come dottrina alternativa alla spiegazione scientifica darwiniana. Questi neocreazionisti accettano il fatto dell’evoluzione, che le specie sono tutte imparentate tra loro, che la Terra ha miliardi di anni e non seimila come dice la Bibbia, però dicono che il meccanismo che ha prodotto tutto questo non è la selezione naturale ma un progetto di origine extrabiologica (non usano mai il termine “divino” per non rischiare di essere tacciati di posizione religiosa dai tribunali Usa) che ha architettato il processo evolutivo sin dall’inizio. Adducono tutta una serie di falsi argomenti che però fanno presa negli ambienti più disparati (anche in quelli universitari) perché attingono a questa idea di progetto, di finalità intrinseca, che è molto attraente dal punto di vista cognitivo.
Come accadde per il creazionismo, l’Id è sbarcato anche in Europa?
Sì, e qui sta la seconda novità poiché da movimento protestante e tipicamente americano del Sud è diventato un movimento interreligioso intercontinentale.
In che modo?
I fautori dell’Id hanno ottenuto la sponda di realtà antievoluzioniste fortissime che ci sono nei Paesi ortodossi del mondo cattolico. Si pensi a quanto successo nell’Austria del cardinale Christoph Schönborn che nel 2005 scrisse un articolo sul New York Times intitolato “Finding design in nature” dove diceva che se uno scienziato non vede il “progetto” che c’è nelle forme viventi non è un buon scienziato. Infine un’ulteriore sponda all’Intelligent design è arrivata anche dall’islamismo radicale. Soprattutto in Gran Bretagna, dove c’è una forte immigrazione da Paesi di religione islamica, e in Turchia, dove ci sono movimenti ben finanziati che hanno tutta una loro pubblicistica. È famoso il caso dell’Atlante della creazione che al di là dei contenuti assolutamente deliranti è costato agli editori centinaia di migliaia di euro. Un’operazione di disinformazione non proprio banale.  Left 4/2009

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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