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Bioetica

Eluana, il reato è non sospendere

leggeIntervista al giudice della Corte di appello di Milano e cofondatore della Consulta di Bioetica, Amedeo Santosuosso: «Omissione di atti d’ufficio per chi non l’accoglie. Le Regioni devono eseguire le sentenze» di Federico Tulli

«Ci sono ancora resistenze di tipo politico che prima o poi dovranno cedere. Ma dal punto di vista giuridico la vicenda Englaro si è definitivamente chiusa nel novembre scorso». Amedeo Santosuosso, magistrato della Corte d’appello di Milano, cofondatore e componente della Consulta di bioetica, sgombra subito il campo da qualsiasi dubbio: «La mancata esecuzione della sentenza della Cassazione, che ha riconosciuto il diritto di Eluana alla sospensione dell’alimentazione artificiale cui è sottoposta, può configurare gli estremi di un reato. Un grave reato». La dolorosissima vicenda di questa ragazza che dal 18 gennaio di 17 anni fa, contro la propria volontà, è mantenuta artificialmente in “vita” e costretta in una stanza di ospedale, prima in coma e poi in stato vegetativo permanente, è dunque prossima all’epilogo.

Gudice Santosuosso, dopo la sentenza sembrava chiaro che non ci potessero essere più impedimenti al rispetto della volontà di Eluana. Eppure prima c’è stato l’atto di indirizzo del ministro Sacconi, che vieta la sospensione della nutrizione artificiale a tutti i pazienti in stato vegetativo, e poi una clinica di Udine che si è tirata indietro poco dopo aver dichiarato la propria disponibilità ad accogliere la donna…

Ribadisco, in termini giuridici la questione è chiusa. Il punto centrale è che le strutture del Servizio sanitario nazionale sono chiamate per legge a realizzare il diritto alla salute dei cittadini. Questo è scritto esplicitamente nella legge istitutiva del Ssn. La Corte di cassazione ha detto che Eluana ha il diritto alla salute, che significa diritto di scegliere i trattamenti ai quali sottoporsi o non sottoporsi. E quindi ha detto, la Cassazione, che Eluana Englaro aveva manifestato il rifiuto di questi trattamenti, e che oggi questo rifiuto può essere confermato tramite il padre.

Questo significa anche che nessun medico può fare “obiezione di coscienza”?santosuosso_a

La struttura che rifiuta di ricevere Eluana Englaro per un qualsiasi motivo, etico, religioso o politico che sia, rischia di commettere un reato. E anche abbastanza grave, perché comporta la denuncia in sede penale per omissione di atti di ufficio.

Ma allora che valore ha l’atto del ministro Sacconi?

Nessuno. Dal punto di vista giuridico è infondato e inconsistente, pertanto non vincola nessuno. Inoltre la clinica di Udine ha parlato di “minacce subite”, dunque in questo caso siamo su un piano diverso. Quello che posso dire è che io dal ministro Sacconi mi aspetterei che si preoccupasse che il Ssn funzioni. Nel senso anche di garantire l’esecuzione dei provvedimenti della magistratura.

Se quell’atto non è vincolante perché c’è chi ha parlato di conflitto tra istituzioni?

Non c’è alcun conflitto perché le Regioni sono responsabili oggi quanto lo erano ieri del fatto di dare esecuzione alle sentenze della magistratura. Così come è illegittimo da un punto di vista amministrativo il provvedimento della Regione Lombardia che si è rifiutata di indicare al padre di Eluana Englaro la struttura presso la quale potesse essere ricoverata. Un rifiuto che era illegittimo prima dell’atto di indirizzo, e che rimane illegittimo ora. La responsabilità delle decisioni in materia sanitaria è rimessa alle Regioni secondo l’organizzazione del Ssn. Sono loro che hanno il potere e il dovere di dare esecuzione. Va peraltro sottolineato che sinora non si è posto il problema del singolo medico nella specifica struttura che ha opposto un rifiuto di fronte alla richiesta di ricovero della ragazza da parte del padre. Left 03/2009

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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