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Ricerca scientifica

Un futuro da marziani

astronautaTorneremo sulla Luna e l’uomo su Marte non è più fantascienza. Il famoso astronauta italiano Umberto Guidoni: “Dalle rivoluzioni in astronomia i grandi progressi dell’umanità” di Federico Tulli

La conquista dell’universo è da sempre uno dei più affascinanti progetti dell’umanità. E la conoscenza dei segreti dello spazio è uno dei maggiori stimoli per i progressi scientifici e culturali. Da qui anche la “pressione” dell’Unesco per ottenere dall’Onu il riconoscimento del 2009 come Anno internazionale dell’astronomia (YA2009). L’iniziativa è stata inaugurata il 15 gennaio nella sede parigina dell’Organizzazione culturale, scientifica e educativa dell’Onu. Ma il vero debutto di YA2009 è in questi giorni a Roma con un  festival delle Scienze del tutto dedicato all’Universo e ai suoi “pionieri” del passato e del presente. Dall’astrofisica Margherita Hack, ai fisici David Kaiser ed Enrico Bellone, che hanno discusso dell’attualità di Einstein e Galileo. E anche del futuro. Tema dell’ultimo ambizioso libro del responsabile della redazione scientifica del Corriere della Sera, Giovanni Caprara, La scoperta dello spazio, dallo Sputnik al viaggio verso Marte (Mondadori Electa). Il lavoro è stato presentato al festival dall’astronauta ed eurodeputato di Sinistra unita europea, Umberto Guidoni, pluripremiato dalla Nasa per i suoi voli orbitali nel 1996 e nel 2001.
Onorevole Guidoni, secondo Caprara esplorare lo spazio «è un’impresa umana, oltre che scientifica, di grande valore». Da esploratore e scienziato che impressioni ha ricavato da queste esperienze?
Io penso che l’astronomia sia la capostipite di tutte le scienze. Guardare il cielo stellato forse è stato il primo atto intelligente dell’uomo nella sua evoluzione. In questo senso penso che abbia un valore culturale che va al di là dell’aspetto puramente scientifico e tecnico. Allo sguardo verso lo spazio aperto sono poi legati anche grandi cambiamenti socio-politici nella storia dell’uomo. Basta, appunto, citare Galileo o la rivoluzione copernicana che sottintese un cambiamento radicale di punto di vista. Poi ci sono anche gli aspetti più tecnici. Un esempio per tutti:le grandi scoperte, anch’esse rivoluzionarie, rese possibili negli ultimi dieci anni dal telescopio spaziale Hubble.  guidoni_1
A proposito di “rivoluzioni”, il viaggio dell’uomo verso Marte è ancora fantascienza?
È di sicuro uscito dai libri di fantascienza, però non è ancora una missione definitiva. Mentre per un nuovo viaggio verso la Luna possiamo già parlare di una data probabile: il 2020. Per quello verso Marte, invece, non c’è ancora una data indicativa. Per un nuovo allunaggio dell’uomo si è mossa la macchina della Nasa e ci sono già dei programmi finanziati e in fase di sviluppo. Mentre i progetti su Marte sono ancora sul tavolo da disegno. Questo non vuol dire che la tecnologia sia tutta da inventare. Anzi. La base tecnologica c’è e va sviluppata, ma dipende dai finanziamenti che questo tipo di ricerca riesce ad attrarre.
Lo sbarco sul Pianeta rosso è solo questione di fondi?
C’è un legame diretto tra quantità di finanziamento e tempi di realizzazione. Se Marte adesso è nell’orizzonte di 30 anni, forse più, è evidente che questo orizzonte si può avvicinare laddove ci fosse la volontà politica internazionale per arrivarci prima. Riporto l’esempio della Luna. La prima volta che ci sono andati hanno impiegato meno di 10 anni. C’era un enorme impiego di risorse finanziarie prevalentemente giustificato da esigenze militari. Oggi, con una maggiore conoscenza ma con meno soldi a disposizione e una minor “urgenza” politica, per tornare sul nostro satellite ci vuole molto più tempo di 40 anni fa. Dunque è difficile dire quanto Marte sia lontano perché dipende dai fondi e soprattutto da quanto la “conquista” venga considerata una priorità.
Purché questa priorità non sia dettata dal pericolo di un conflitto planetario…
Esattamente. La decisione di lasciare la Terra, non mi stanco di ripetere, deve essere il risultato di una “tranquilla” pianificazione e non la conseguenza di un disatro ecologico o di una guerra senza ritorno. Left 02/2009

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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