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Musica

Lunga vita ai Clash

LEX001_CLASH 56805Sono stati per anni il più grande gruppo rock del mondo. E meritatamente. In edizione limitata il primo libro ufficiale di Strummer, Jones, Headon e Simonon di f.t.

«Mi misi il nome Joe Strummer, Joe lo Strimpellatore, perché sono capace di suonare solo le sei corde tutte insieme, oppure nessuna». Forse nessun’altra frase descrive l’essenza dei Clash meglio di questa pronunciata dal loro leader, fondatore e chitarrista. Strummer si racconta, insieme ai suoi tre compagni d’avventura nel rock a cavallo degli anni 70, Mick Jones, Paul Simonon e Nicki “Topper” Headon, nella prima biografia ufficiale realizzata dalla band britannica, The Clash appunto, pubblicata in edizione limitata da una casa editrice coraggiosa, di controinformazione, come Isbn. Un libro che è il risultato di circa 20 ore d’interviste inedite a tutti i componenti del gruppo, con immagini esclusive, pieno di notizie e di ricordi di sette frenetici anni di favoloso rock’n’roll. Sette anni, ma musicalmente contano quanto un’intera era. Dal ’76 all’83, in cui, come si deduce dalle parole di Strummer, la ribellione punk dei Clash non è stata solo una rivoluzione musicale. Il fatto che lui stesso abbia imparato a suonare sul campo, «di concerto in concerto», la dice lunga su quanto la forza del gruppo fosse fatta anche di altri elementi oltre quello naturale, almeno per una rock-band. E che l’obiettivo prioritario dei Clash non fosse solo quello di far musica lo conferma Headon, il batterista, la cui uscita dal gruppo coinciderà con il declino della band. In uno dei tanti gustosi passaggi della sua intervista Headon racconta di aver superato il provino ed essere stato preso nella band non tanto per la bravura tecnica («Iniziai da bimbo, immobilizzato a letto con una gamba rotta, suonavo almeno otto ore al giorno per vincere la noia») quanto per essere riuscito a fare «un gran rumore» picchiando sui tamburi. Clash_Jacket.QXDE i Clash di rumore, da quel giorno, ne hanno fatto tanto in tutti i sensi. Riuscendo a interpretare meglio di qualunque altro gruppo dell’epoca le tensioni razziali, quelle legate alla crescente disoccupazione, allo sfruttamento e alle disuguaglianze della società inglese nel passaggio cruciale dagli anni 70 agli anni 80. Così, se agli inizi ciò che più contava per Strummer, Jones, Simonon e Headon era far rumore ai concerti e «intimidire gli altri» con un look aggressivo, ben presto cominciarono a prendere atto di essere divenuti il più grande gruppo rock del mondo. E «lo sono rimasti per diverso tempo», racconta il curatore della biografia, Mal Peachey. «Nati nell’ondata del punk inglese – osserva Peachey – i Clash hanno subito iniziato a incrociare reggae, dub, blues, funk, rap in un modo mai sentito prima, scandalizzando tutti e segnando la strada per la musica che ascoltiamo oggi». Left 02/2009

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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