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Società

La discriminazione in camicia verde

ig028gC’è la storia di Fatima, dieci anni, insultata a scuola dai suoi coetanei perché porta il velo, o quella di Meryem, studentessa all’università di Padova, che fonda l’associazione Seconda generazione e organizza una marcia contro le discriminazioni razziali. E ci sono i musulmani di Treviso, che devono pregare all’aperto sui tappeti distesi nei parcheggi dei supermercati. Come recita il sottotitolo, l’ultimo libro del giornalista dell’Unità Toni Fontana, Apartheid – Viaggio nel regime di segregazione che sta nascendo nel Nord-Est (Nutrimenti), è un’inchiesta sul clima di vera e propria discriminazione razziale che va prendendo forma nella ricca (e cattolica) area del nostro Paese in cui da anni spopola la Lega nord. Fontana descrive, con la precisione del cronista e la passione di chi rifiuta-denuncia con vigore questa deriva, il clima sempre più teso di una realtà in cui diverse amministrazioni locali hanno introdotto provvedimenti discriminatori nei confronti di stranieri «che lavorano regolarmente e pagano le tasse». «È un libro che svolta l’angolo rispetto alla letteratura che esiste sul neorazzismo italiano, quello della Lega», ha commentato di recente il deputato Pd e giornalista, Furio Colombo. «Svolta l’angolo perché entra nel discorso e ci dice che il razzismo c’è e che è una realtà quotidiana. E Toni Fontana ci dà i fatti, ci dà i luoghi, ci dà i nomi». Accade così che in alcune province molti bambini non vengano accolti nelle scuole, i musulmani non trovino luoghi per seppellire i defunti o macellare gli animali secondo il loro rito. Il rischio di un nuovo apartheid italiano è insomma tutt’altro che remoto. In prima linea ci sono gli oltre 350mila immigrati che vivono nel Veneto, la maggior parte dei quali di fede musulmana. Left 02/2009 Federico Tulli

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

Discussione

2 pensieri su “La discriminazione in camicia verde

  1. A mio modesto parere l’autore non è riuscito a individuare il vero profilo del nord-est . Stiamo parlando probabilmente dell’area economicamente e socialmente più avanzata d’italia (statistiche alla mano!) e ci mettiamo l’introduzione di WALTER VELTRONI l’ACCUMULA DEBITI!?
    Un po’ di dignità!

    Nessuna regione del meridione è sottoposta a stress immigratori stranieri pari a quelli del veneto.. chi vive da roma in giù farebbe bene a venire da noi con il taccuino in mano e prendersi nota di come comportarsi e come non comportarsi ( vedi ROSARNO, FIAMME IN CAMPI NOMADI A NAPOLI, GAY PICCHIATI A ROMA…. )

    salutoni

    Pubblicato da damiano | 3 settembre 2010, 7:14 pm
    • “Taccuino alla mano”, Toni Fontana ha preso nota di quello che succede nel Nord-est. E lo ha raccontato. Ne esce una fotografia di una vasta area del nostro Paese non proprio “socialmente avanzata”. E’ pur vero che il razzismo becero e lo sfrutamento schiavistico del lavoro dei migranti hanno attecchito anche “da Roma in giù”, ma – a mio modesto parere – non è col “benaltrismo” che si risolve la questione. Purtroppo, Toni non potrà più portare il suo contributo alla messa a nudo delle carenze socio-economiche e culturali che zavorrano l’Italia – da Sud a Nord -, essendo venuto a mancare improvvisamente il primo settembre scorso.
      Ciao Toni

      Pubblicato da Federico Tulli | 6 settembre 2010, 11:22 am

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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