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Ricerca scientifica

Galileo è ancora alla sbarra

In Italia gli scienziati sono ancora visti con sospetto dalle istituzioni. Il fisico Enrico Bellone anticipa a left il suo intervento al festival delle Scienze di Roma di Federico Tulli

galileo_001«Le novità possono mettere a repentaglio le Repubbliche e gli Stati, e allora chi ha il potere, che è ignorante, diventa giudice e piega gli intelligenti». È una breve nota di Galileo Galilei sulla copia del suo Dialogo che portava sempre con sé. Poche frasi che dimostrano quanto il grande scienziato fosse consapevole a cosa andava incontro sposando la nuova cultura scientifica rinascimentale. Quella nata a cavallo tra il ’500 e il ’600 all’esterno delle università e fondata sull’idea del confronto, della «disputa attorno a qualsiasi cosa». Sia essa su matematica, fisica, biologia o ingegneria. È una cultura pubblica, democratica quella che coinvolge Galileo. Si diffonde nel suo tempo quel metodo, ancora attuale, secondo cui chi sostiene una teoria viene invitato a esporre pubblicamente le ragioni per cui pensa che ciò che sta dicendo è vero. «Non ci sono più verità assolute, ma solo verità modificabili attraverso la libera disputa. Galileo è l’erede di questo metodo. E proprio il contenuto scientifico del Dialogo lo porterà a processo» spiega Enrico Bellone, fisico e storico della scienza, nell’anticipare a left alcuni passaggi del suo intervento alla conferenza “Il ruolo della scienza, i doveri della politica”, che si tiene il 15 gennaio a Roma nella giornata di apertura del festival delle Scienze. Un intervento che ruota intorno alla figura dello scienziato pisano perché «quello che è successo a lui con l’Inquisizione accade ancora oggi in Italia ai suoi “eredi” con la politica».
Professor Bellone perché Galileo viene inquisito?
Chi ha capito perfettamente il motivo è l’ambasciatore di Firenze a Roma che ci ha lasciato delle lettere nelle quali raccomanda alla famiglia de’ Medici di convincere Galileo a non insistere sul problema astronomico perché, scrive: «Roma non è luogo di venire a parlar della luna». Il vero problema non è l’astronomia quanto il fatto che le innovazioni introdotte dalle nuove scienze della natura stavano mettendo a soqquadro un insieme di credenze e verità assolute che invece dovevano essere conservate per mantenere il potere. E questo Galilei lo sa.
È finito il processo a Galileo?
No tutt’altro, è in continuo sviluppo. Si pensi a quello che sta succedendo alla ricerca sulle cellule staminali embrionali, ai fattori dell’evoluzione o delle biotecnologie. C’è la difesa di un passato che non c’è più fondata su argomenti analoghi a quelli che furono usati contro di lui.
Ci faccia un esempio…
Prendiamo la teoria dell’evoluzione. Essa non riguarda solo l’anatomia dei corpi viventi. Darwin su questo era chiarissimo: coinvolge anche la cultura, il pensiero umano. E oggi la stragrande maggioranza di chi si occupa di neuroscienze guarda a modelli di evoluzione culturale che si ispirano a forme tipiche della biologia evoluzionistica. Modelli in cui, dunque, non c’è più spazio per l’anima. E per i neuroscienziati “mente” è la parola che usiamo per parlare dei processi chimico fisici che avvengono nel cervello.
Una tesi non proprio in linea con il pensiero cattolico. Scienza e fede smetteranno mai di litigare?
È un confronto impossibile, ma precisiamo una cosa. Non è una questione che riguarda solo gli scienziati da una parte e lo Stato vaticano dall’altra. In Italia ci sono moltissimi intellettuali laici che rappresentano la scienza come la forma suprema dell’alienazione umana. Quindi lo scontro risente delle condizioni in cui versa la cultura diffusa. In altri Paesi più civili, più moderni, le cose vanno diversamente. In piena crisi economica il governo francese ha investito 10 miliardi di euro per i suoi centri di ricerca scientifica, perché sa che puntare sulla società della conoscenza aiuta la ricchezza della nazione e il benessere dei cittadini. Un investimento reso possibile da un ambiente culturale, non solo scientifico, estremamente favorevole. Ma questo vale anche in Germania e Gran Bretagna. Per non parlare poi della Spagna. L’Italia fa storia a sé. C’è una posizione diversa nei confronti della scienza che è trasversale e riguarda sia i progressisti che i conservatori. Tutti convinti che l’università sia un luogo da cui si possono tagliare risorse.
Difatti il ministro Tremonti ha tagliato…
Sì, ma non è solo una prassi di questo governo. È un secolo che stiamo tagliando. Peraltro, nonostante il progressivo inaridimento delle risorse finanziarie in Italia resiste un piccolo gruppo di università dove si fa ricerca ad altissimo livello. Di lì escono giovani che francesi, tedeschi, americani ci prendono molto volentieri. In pratica glieli diamo gratis: li formiamo e poi se ne vanno.
Anche dagli Usa Barack Obama lancia importanti segnali con la promessa dello sblocco dei fondi pubblici alla ricerca sulle staminali embrionali…
Certamente, ma non illudiamoci: non so quando cambierà il clima in Italia. C’è un conflitto tra le esigenze della libera ricerca scientifica da un lato e dall’altro una classe politica che o è ostile o è indifferente. Inoltre penso davvero che non ci siano politici in grado di capire che i fondi per la ricerca non sono una spesa ma investimenti per il futuro. I quali, in quanto tali, vanno potenziati altro che tagliati.

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All’Auditorium di Roma è di scena l’Universo

La quarta edizione del festival delle Scienze di Roma è il primo appuntamento italiano dell’Anno internazionale dell’astrofisica, che per noi corrisponde anche all’Anno galileiano, ovvero ai quattrocento anni esatti dalle sue prime osservazioni astronomiche con un cannocchiale. Esplorare l’universo significa per la mente umana raggiungere le frontiere estreme della conoscenza e dunque onorare nel migliore dei modi ciò che ci rende umani, la curiosità, l’esplorazione, la libertà della ricerca. Significa anche saper ascoltare che cosa ha di nuovo da dirci la scienza su questioni fondamentali che riguardano la filosofia e il senso della presenza umana: come ha avuto inizio l’universo, quale teoria può spiegarne la struttura più profonda, se è infinito o finito, se davvero ne conosciamo soltanto una piccola parte, se l’emergere di esseri viventi è una contingenza rara al suo interno o un fenomeno probabile. Leonard Susskind, fra i massimi cosmologi attuali, spiegherà che se l’universo appare così “speciale”, così perfettamente congegnato per accogliere esseri viventi, ciò non richiede affatto di ricorrere a un “disegno”, ma può essere più semplicemente spiegato attraverso le teorie scientifiche in nostro possesso. Queste sono domande che mostrano con grande chiarezza il valore culturale, di cultura tout court, della scienza, e in particolare della ricerca pura. L’indagine cosmologica e le ricerche spaziali sono infatti un esempio di come progetti di ricerca pura possano spesso poi tradursi in ricadute applicative e tecnologicamente avanzate, e viceversa, in un rapporto reciproco che è assurdo spezzare. Certo, può succedere che le risposte che troviamo a quelle domande ci disorientino. Oppure che disobbediscano a principi d’autorità, come Galileo verificò a sue spese. Sarà una coincidenza, ma valorizzare la creatività dei propri scienziati, trattare la scienza come cultura a tutti gli effetti, finanziare la ricerca pura, dare autonomia alla ricerca è ciò che stanno facendo i Paesi con maggiore capacità innovativa in questo momento. Ed è ciò che esattamente la classe politica, bipartisan, di questo Paese non sta facendo da anni.

Telmo Pievani, filosofo della scienza e coordinatore
scientifico del festival


Info:
La manifestazione che si svolge all’auditorium Parco della musica dal 15 al 18 gennaio, promossa dalla Regione Lazio e sostenuta da Filas – finanziaria laziale di sviluppo, è realizzata dalla Fondazione musica per Roma in collaborazione con Codice. Idee per la cultura e con il Planetario e Museo astronomico di Roma. Mentre la direzione scientifica è affidata a Vittorio Bo e Telmo Pievani.
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Left 01/2009** del 9 gennaio 2009


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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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