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Bioetica

Diario di un medico perbene

Eutanasia, testamento biologico, bioetica. Confronti ancora aperti a due anni dal decesso di Welby. Un punto di vista laico nel libro dell’anestesista che lo ha assistito di Federico Tulli

marioriccio«Vorrei che i sogni perduti o abbandonati al mattino vicino al dentifricio o quelli traditi per vigliaccheria o per calcolo cinico o per timore degli altri ritrovassero la strada e rimanessero al mio fianco per farmi compagnia e vorrei morire all’alba insieme a loro». Piergiorgio Welby se ne è andato due anni fa, verso le 23 del 20 dicembre. Non è morto all’alba, la sorte gli ha risparmiato altre sei ore di dolorosa agonia. Sorte che ha il nome del medico anestesista Mario Riccio, il quale due mesi dopo aver letto l’appello tramite cui Welby chiedeva al presidente Napolitano di essere lasciato morire si assunse la responsabilità di fare quanto invocato: dopo aver sedato il paziente lo distacca dal respiratore artificiale che lo tiene in vita. La distrofia muscolare diagnosticata a Welby nel 1963, quando era diciottenne, ha progressivamente consumato il suo corpo, ma non certo il suo pensiero, nell’arco di oltre 40 anni di vita. Pochi esseri umani al mondo hanno convissuto così tanto tempo con questa terrificante malattia che per oltre un decennio, fino alla fine, lo ha “costretto” in vita attaccato a un respiratore artificiale, immobile in un letto. Welby ha formulato quelle frasi, nel 2002, su una tastiera virtuale con la punta dell’indice, così come tante altre citate in Storia di una morte opportuna – Il diario del medico che ha fatto la volontà di Welby (Sironi editore) scritto da Riccio insieme alla giornalista Gianna Milano. Un libro che è la raccolta degli appunti che l’anestesista ha tenuto durante i giorni della morte di Welby e poi nei mesi successivi. E che offre al lettore un punto di vista sulla vicenda medica nonché sull’aspro confronto che si è sviluppato in Italia fin dall’appello di Welby e che prosegue tuttora a causa di una storia molto simile: quella di Eluana Englaro. Ma il diario è pure il resoconto dell’iter processuale al quale Riccio è stato sottoposto, fino alla sentenza di proscioglimento. Iter in cui è stato coinvolto nonostante i tribunali avessero riconosciuto a Welby il diritto civile di sospendere la cura. E nonostante anche la commissione disciplinare dell’Ordine dei medici di Cremona avesse archiviato il procedimento contro di lui. «Che un medico abbia ritenuto suo dovere attuare quel diritto – si legge nella terza di copertina – crea un precedente deontologico, politico, culturale». Una tesi che trova sponda nelle parole pronunciate da Amedeo Santosuosso, magistrato alla Corte d’appello di Milano e cofondatore della consulta di Bioetica, durante una presentazione di Storia di una morte opportuna. Dice Santosuosso: «Quando alcuni giuristi citano il diritto alla vita prevista dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo per dire che non si può fare quello che ha fatto Mario Riccio io dico che si dimenticano un altro articolo della convenzione che dice che sono proibiti i trattamenti inumani e degradanti. Come lo sono il costringere una persona a vivere una condizione che non gli consente reazione, in modo caritatevole, per giunta contro la sua acclarata volontà. La doverosità di quello che ha fatto Riccio è una doverosità morale». Nel dialogo con l’esperienza umana e professionale dell’anestesista di Welby, la Milano ha steso un ricco commentario al testo che fa da sfondo agli eventi narrati: la cronaca, il dibattito politico, bioetico e culturale, i documenti giudiziari che contribuiscono a fare chiarezza su accanimento terapeutico, consenso o rifiuto delle terapie, diritto al morire, cure palliative, testamento biologico ed eutanasia. Un prezioso vademecum nei tempi in cui la sottosegretaria al Welfare con delega ai temi etici, Eugenia Roccella, commentando la sentenza della Cassazione che riconosce a Eluana il diritto che sia rispettata la sua volontà di non essere sottoposta ad accanimento terapeutico (tramite idratazione e alimentazione artificiale) dice:  « La Conferenza episcopale ha stabilito una serie di paletti che devono essere messi se vogliamo offrire quelle garanzie minime nel rapporto tra medico e paziente». Left 51/2008

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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