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Sicurezza alimentare

È la dose che fa il veleno

Non esiste un’età dell’oro in agricoltura. Il saggio di Antonio Pascale contro il falso mito che vuole la chimica responsabile della scomparsa «del buon cibo di una volta» di Federico Tulli

2237337790_bc416fc19e_b2Con un intellettuale del calibro di Joseph Ratzinger come papa le frizioni tra pensiero religioso e pensiero scientifico sono all’ordine del giorno, riportate con dovizia di particolari dai media. Un confronto, quello tra fede e ricerca, che almeno in Italia ha finito per mettere in secondo piano certe entrate a gamba tesa nei confronti dell’etica della scienza effettuate da uomini di cultura laica, solo a prima vista al di sopra di ogni sospetto. «Intellettuali privi in realtà di solide conoscenze scientifiche, che – scrive Antonio Pascale in Scienza e sentimento (Einaudi) – hanno trasformato questioni molto serie in simboli di facile lettura». Il primo merito dell’agilissimo pamphlet di Pascale è proprio questo. L’aver smascherato un atteggiamento ideologico molto in voga negli ultimi anni da parte di «letterati puri» (così li definisce l’autore) che con interventi di orientamento “romantico” tentano di guadagnarsi l’applauso del pubblico raccontando di un passato mitico («Che fine hanno fatto i vecchi sapori di una volta?», si chiede Pietro Citati su Repubblica) o usando categorie come naturale (bene) e artificiale (male), chimico (veleno) e organico (sano). «Davanti a categorie come queste si sa, non c’è ragione che tenga», spiega Pascale che è alla sua quarta fatica con Einaudi, collabora con il Mattino e Diario e lavora al ministero delle Politiche agricole. «Il nostro romantico cuore – prosegue – spinge verso il naturale e l’organico e combatte il veleno. Ma il cuore è un organo largamente sopravvalutato. E il rischio è che la cultura umanistica alimenti una nuova inquisizione, di fronte alla quale è sempre piú forte l’esigenza di un pensiero laico. Perché il buon laico in fondo somiglia al bravo scienziato. Non ricama teorie sui bei tempi andati, ma si concentra e cerca di fornirne una misura». È la dose che fa il veleno, ripete infatti Pascale, citando Paracelso, in più passi del libro. Ma il suo non è un mantra “scientistico” e nemmeno un inno alla presa di potere da parte di tecnici competenti nelle materie scientifiche più disparate. «Un governo fatto di soli tecnici non potrebbe funzionare – scrive l’autore di Scienza e sentimento -, assomiglierebbe troppo alle comunità utopiche immaginate da Saint-Simon. Comunità metà mistiche, metà scientifiche, nelle quali regna la pace solo perché la ragione ha sconfitto la superstizione». Il segreto, come detto, è nel saper fare la dose: «Vista l’impossibilità che cultura scientifica e umanistica tornino a quando entrambe ricercavano un metodo comune per porsi domande sul mondo, bisognerebbe cercare perlomeno di procedere per gradi». Come? Per esempio «cominciando con il leggere qualcosa di tecnico e divulgativo sul concetto di naturale e artificiale». Tale questione secondo Pascale è fondamentale. Al punto che, dice, un’adeguata informazione potrebbe costituire «una bussola orientativa nelle scelte morali e poi politiche e legislative». Eppure, chiosa, «questa diatriba, “naturale o artificale”, sembra essere troppo influenzata e talvolta falsata da un immaginario religioso, sovrannaturale e oscuro». Fatte queste premesse è breve il passo verso un’analisi del dibattito in corso sugli Organismi geneticamente modificati, e degli “strumenti” dialettici utilizzati. E Pascale, che si è laureato in Agronomia proprio negli anni in cui l’ingegneria genetica cominciava a essere applicata con continuità all’agricoltura, conduce per mano il lettore innestando storie di vita vissuta in prima persona su un notevole lavoro di ricerca bibliografica in materia di Ogm. Fornendo via via alcune significative risposte, prive di retorica, ai punti cardine che dominano la discussione pubblica sul biotech e sulle conseguenze di un eventuale ingresso nella catena alimentare umana. Dal ruolo della chimica, al confronto con il biologico, al “rischio” multinazionali. Risposte forse non definitive, ma certamente frutto di «misurazioni piú esatte».

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

Discussione

2 pensieri su “È la dose che fa il veleno

  1. interessante il tuo blog…

    Pubblicato da luk75 | 11 dicembre 2008, 2:16 pm

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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