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Laicità

Una prece per la Costituzione

Secondo il leghista Cota «i giudici non possono sostituirsi a Dio»

331254293_5387d41baeLa corsa al baciapilismo della classe politica italiana è uno sport oramai più in voga del calcio. Questa volta la molla che ha spinto fior di parlamentari ad abiurare il concetto di laicità dello Stato è la definitiva sentenza che ribadisce il diritto di Eluana Englaro a ottenere il rispetto della propria volontà di non essere sottoposta a inutili terapie, avendo cessato di vivere quasi 17 anni fa. Poco dopo il verdetto della Cassazione un esercito di politici cattolici, dormienti o meno, ha occupato gli spazi tv per commentarlo. E, potere della fede, esimi professionisti dell’Aula, molti dei quali laureati in materie umanistiche, si sono tramutati in “medici esperti” disquisendo chi di idratazione di una persona in stato vegetativo permanente, chi di terapie. Par di vederli in camice bianco a portare bottiglia e panino a una ragazza che per i danni cerebrali subiti non può più sentire fame e sete. La gara a chi la diceva più originale è stata una contesa a due. Ecco la sottosegrearia Roccella dire che quando Umberto Veronesi parla di irreversibilità «sbaglia lui». E poi c’è l’astro nascente del  bossismo, il presidente dei deputati della Lega nord, Roberto Cota, classe 1968. «I giudici non possono sostituirsi al padreterno e decidere della vita», ha tuonato Cota. «Per evitare che accadano ancora cose del genere – ha precisato – il Parlamento deve fare una legge». Legge che quindi, seguendo il filo del Cota-pensiero, dovrebbe (e)seguire idettami dell’altissimo o di chi per lui. C’è qualcosa che non torna.

Federico Tulli Left 47/2008

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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