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Ricerca scientifica

C’è un tesoro in quelle cellule

Il punto sulla ricerca nel campo delle staminali adulte il 21 novembre alla Bicocca di Milano. Con il Premio Sapio una prestigiosa kermesse scientifica dedicata ai temi delle biotecnologie di Federico Tulli

neurons_astroglia-m2Le applicazioni cliniche e le più avanzate prospettive terapeutiche delle cellule staminali adulte. È questo il tema centrale della giornata di studio dedicata alle biotecnologie della decima edizione del premio Sapio che si svolge il 21 novembre all’università Bicocca di Milano. Istituito dall’omonimo gruppo imprenditoriale attivo nel settore dei gas tecnici e medicinali, il premio propone dunque anche quest’anno una ricca sessione di eventi dedicata alle novità nel campo della ricerca sulle cellule staminali. Nel 2007 erano state le embrionali le protagoniste dei contributi divulgativi dei maggiori esperti mondiali (tra cui Elena Cattaneo direttrice di UniStem dell’università degli studi di Milano, e Giulio Cossu dell’Istituto scientifico San Raffaele di Milano). La giornata di studio del 2008 è invece dedicata alle sorelle “maggiori” con il convegno “Cellule staminali adulte: applicazioni terapeutiche e prospettive di ricerca”. Un evento che prevede una serrata scaletta di interventi e lectio magistralis tenute dai più importanti scienziati di tutto il mondo. Da Eliane Gluckman, ematologa del Saint Luis hospital di Parigi, a Giuliano Grazzini, del Centro nazionale sangue dell’Istituto superiore di sanità, che fanno il punto sulle incoraggianti ricerche sulle cellule staminali da cordone ombelicale. Ad Angelo Vescovi del dipartimento di Biotecnologia e bioscienze dell’università Bicocca, che nella sessione pomeridiana parlerà delle «prospettive della ricerca sulle cellule staminali neuronali e delle sue applicazioni cliniche». A molti altri ancora. Il 2008 è stato un anno fecondo per l’avanzamento degli studi sulle adulte lungo la via della cura delle malattie degenerative. Basti pensare alle notizie che giungono dal Giappone dove il gruppo di lavoro guidato Shinya Yamanaka prosegue negli esperimenti che dimostrano la possibilità di indurre la trasformazione di fibroblasti in cellule staminali pluripotenti, vale a dire di riprogrammare le adulte facendole comportare come embrionali. Via, questa, che solo due anni fa appariva impensabile. Ma grandi progressi sono stati compiuti anche negli studi sulle cellule staminali cordonali per terapia trapiantologica. A tal proposito di particolare rilevanza è l’intervento di Eliane Gluckman, che è stata il primo medico al mondo ad aver eseguito il primo trapianto di sangue del cordone ombelicale pienamente riuscito. Era il 1988 e la Gluckman operò un bimbo di cinque anni affetto da Anemia di Fanconi, al quale non era stata pronosticata alcuna possibilità di sopravvivenza. A 20 anni dall’operazione il paziente è in buona salute e i suoi sistemi sanguigno e immunitario sono del tutto ripristinati. Da quel giorno i trapianti di questo tipo sono rapidamente aumentati. Secondo quanto annunciato dall’ematologa francese alla conferenza della International society for cellular therapy, tenutasi a Berlino, a metà 2006 erano stati realizzati nel mondo oltre 10.000 trapianti con cellule cordonali. Oggi questa tecnica fa parte del trattamento di gravi malattie del sangue, del sistema immunitario e di alcune forme di cancro. Alla luce di tutto ciò non si può non definire paradossale la situzione italiana. Il 2008 è stato l’anno record di deposito all’estero delle cellule del cordone ombelicale dei loro neonati da parte delle mamme italiane. Si calcola che a fine anno saranno più di 10.000 con un aumento di oltre il 40 per cento rispetto al 2007. Cifre importanti cui fa da contraltare l’assenza di un quadro normativo su conservazione e donazione del cordone tutt’altro che chiaro. Caratterizzato soprattutto dal fatto che la crioconservazione autologa delle cellule cordonali non è permessa, al contrario di quanto avviene nel resto d’Europa. Una delle mille storture legislative del nostro Paese in tema di ricerca scientifica e cura delle malattie degenerative. Ma questa è un’altra storia.

Left 47/2008

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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