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Cultura migrante

Londra svelata

La seconda generazione di arabi inglesi tra ritorno all’islam e cosmopolitismo. Nel suo romanzo d’esordio Robin Yassin-Kassab racconta la fine del melting pot. Dal 18 novembre è in Italia per presentare il libro di Federico Tulli

«A Londra spesso mi trovavo a passare davanti ai cortili di scuole dove c’erano bambini vestiti secondo le diverse usanze musulmane, sikh, cristiane ed ebree. E tutti giocavano insieme. Era prima dell’estate del 2001 e questo diceva dell’inesistenza di conflitti interculturali. Dopo l’11 settembre tutto è cambiato. Quel giorno è iniziato il declino». Robin Yassin-Kassab è nato in Inghilterra da padre siriano e madre inglese e nel suo romanzo d’esordio Il traditore (il Saggiatore), in libreria dal 18 novembre, racconta la comunità anglo-araba e le ansie e aspirazioni della sua seconda generazione di immigrati. Sono gli anni che precedono l’inizio del conflitto «imperialista anglo-americano contro le nazioni islamiche». Al centro del romanzo, una famiglia costretta dagli orrori e dalle contraddizioni della storia a ridefinire la propria identità. «In realtà – racconta Yassin-Kassab a left – non pensavo al tema dell’identità quando ho iniziato il libro. Semplicemente ho cominciato a scrivere scegliendo di ambientarlo nel 2001 per la mia familiarità con la Londra degli anni 90. E poi perché penso che in quel decennio, a Londra, i rapporti tra le diverse comunità fossero eccellenti, molto più che in altre parti del Paese e d’Europa». La storia de Il traditore ruota intorno alla figura di Sami Traifi, un trentenne arabo siriano nato a Londra e sposato con la bellissima Muntaha. Mentre la sua comunità, sempre più isolata, si aggrappava alla religione, Sami si attacca ferocemente alla figura del padre scomparso, che gli ha trasmesso l’ateismo e un grande amore per la tradizione laica araba. Quando la moglie abbraccia l’islam, Sami si getta in una personale lotta contro il mondo che lo vedrà “sprofondare” nell’edonismo londinese. «Non penso che sia il hijab, il velo indossato dalle donne islamiche, il simbolo di quella frattura – spiega Kassab – il problema si presenta quando chi è al potere demonizza a livello sociale e legislativo le minoranze e le loro espressioni culturali. Nel mio romanzo i laici sono forse più intolleranti dei credenti. O, piuttosto, il secolarismo, il nazionalismo, il credere nel capitalismo sono essi stessi inconsapevoli atteggiamenti religiosi». Ciò che secondo lo scrittore si è guastato è il rapporto tra governi, e non quello tra culture: «La pulizia etnica in Palestina, le basi militari Usa nei Paesi islamici, la lenta distruzione dell’Iraq: sono questi gli errori, non il velo». Errori-orrori che da un lato hanno spazzato via il melting pot londinese anni 90, dall’altro sembrano aver spezzato il cammino di un prodigioso sviluppo culturale avviato nella seconda metà del 900 negli Stati arabi. Paradigmatica nel libro la figura di Marwan.
Il poeta, padre di Sami. Che da «laico e romantico» è diventato conservatore e religioso, «come gran parte degli arabi nel mondo», osserva Yassin-Kassab che sta scrivendo un nuovo romanzo: una sorta di Cuore di tenebra sulle rive dell’Eufrate. «Ma – aggiunge – a rischio di sembrare indulgente, dico che questo è il risultato di una delusione. Negli anni 50 e 60, gli arabi avevano fiducia nel modello di sviluppo occidentale (Marx è occidentale). Erano sicuri di riuscire a trasformare i propri Paesi in una generazione. Nei fatti, hanno sofferto un collasso economico, ripetute sconfitte militari, occupazioni straniere e regimi dittatoriali. Il sorgere dell’ala conservatrice islamica è stato un rifugio, io penso un rifugio mal consigliato, da una sgradevole realtà. Ma il ritorno alla religione è un fenomeno internazionale. L’ondata religiosa statunitense, dagli anni 60 a oggi (forse ha finalmente raggiunto l’apice e ora inizia il declino), coincide con quella del mondo arabo, ed è ancora più difficile da spiegare. L’America è una potenza economica e militare. Forse il fattore comune è un traumatico cambiamento sociale, che ha spinto le persone a desiderare “mitiche” certezze. In qualche modo la nascita di organizzazioni politiche come la Lega nord in Italia potrebbe assomigliare a questo».

Left 46/2008

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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