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Ricerca scientifica

Odifreddi: La fantasia che conta

Dopo aver fatto della più  ostica delle discipline materia da best seller il matematico piemontese torna alla divulgazione alta. Con la complicità di Einaudi di Federico Tulli

Nessun matematico pensa per formule, diceva Einstein.«La matematica è scritta in un linguaggio formale e descritta secondo una metodologia logica. Ma formule e regole non sono altro che un tentativo di formalizzazione a posteriori di pensieri intuitivi». Ed è violando «ogni classico criterio di narrazione enciclopedica» che Piergiorgio Odifreddi ha curato insieme a Claudio Bartocci, entrambi matematici di professione, i quattro volumi su La matematica editi da Einaudi. Un’opera altamente scientifica e che, al tempo stesso, narra in modo originale la storia di questa disciplina che sin dalle sue origini permea ogni campo del sapere umano. Dopo il primo volume dedicato a Luoghi e tempi è da poco uscito il secondo: Problemi e teoremi. Suoni forme e parole e L’intreccio con le scienze chiuderanno poi questo lungo viaggio insieme alla decana delle arti scientifiche. Un viaggio da Babilonia e Atene partito oltre 25 secoli fa e che, attraverso scuole di epoche e Paesi lontani fra loro, approda ai moderni centri di eccellenza di Oxford e Princeton.
Professor Odifreddi, a oggi Einaudi ha dedicato enciclopedie soprattutto a discipline umanistiche. Come è nata l’idea di “raccontare” da vicino la più scorbutica delle scienze e a chi si rivolge quest’opera che la inquadra via via da angolature molto differenti?
In effetti La matematica è il primo tentativo del genere di Einaudi in campo scientifico. E se dovesse andar bene, come peraltro sembra, proseguirà con la pubblicazione di altre opere, dalla fisica alla chimica, alla biologia. L’idea è stata pensata con Claudio Bartocci, come me matematico di professione e interessato all’arte, alla letteratura, ma anche ad altre discipline scientifiche.
Con Il matematico impertinente (Longanesi) lei è riuscito a rendere questa disciplina materia da best seller.
Ho già scritto vari libri di divulgazione che cercano di mettere insieme diversi aspetti della cultura in cui la matematica è il filo conduttore. E questa enciclopedia ricalca in maniera meno divulgativa quell’idea.
Il pensiero matematico ha una dimensione universale, ma noi siamo abituati a pensarlo come “un’invenzione” dell’Antica Grecia che poi si sarebbe sviluppata essenzialmente in Occidente. È così?
Abbiamo voluto far vedere come la storia della matematica sia il risultato di un’impresa globale. Da qui l’idea di raccontare le 27 più significative scuole mondiali. Evidenziando l’importanza di quella ateniese, ma senza sminuire quella che si era formata a Bagdad o in Cina, e nemmeno gli studi degli Inca in America latina e così via. Un’altra particolarità è che non abbiamo descritto una storia lineare che parte intorno al 4-500 a.C. e poi avanza piano piano seguendo le vicende di piccoli e grandi matematici. Noi abbiamo voluto raccontarla per scuole e argomenti. Ma anche per luoghi. Narrando così, nel secondo volume, la storia della matematica e il suo legame con i luoghi geografici.
Nel terzo volume si racconta il rapporto con il resto della cultura: letteratura, musica, pittura. Mentre il quarto descrive le applicazioni più avveniristiche della matematica, in fisica, in informatica e così via. Come si è evoluto il ruolo del matematico nella storia?
Guardando alle origini di questa figura si scopre che il matematico nel tempo è molto cambiato. Agli inizi non si distingueva dal filosofo. Basta pensare a Pitagora che – ammesso che sia mai esistito – è uno che ci ha lasciato quel teorema fondamentale che porta il suo nome e anche teorie filosofiche sulla natura del diverso, sul legame tra musica, matematica e natura. Il termine stesso “matematico” etimologicamente significa “apprendista”. Per cui chiunque fosse dotato di interesse “scientifico” poteva definirsi matematico. Ancora nell’Europa del 6-700 molti importanti matematici erano dilettanti nel senso letterale. Si divertivano cioè a fare calcoli praticando le più diverse professioni. Leibniz era un diplomatico alla corte di Hannover, Newton invece era l’analogo dell’attuale banchiere centrale britannico. O ancora Fermat che era un avvocato. Oggi invece noi matematici siamo per lo più dei professionisti. Abbiamo però mantenuto la capacità di lavorare, di pensare in solitudine, diversamente dai colleghi delle altre scienze, i cui esperimenti sono sempre più spesso il risultato di lavori di gruppo.
Una solitudine che non impedisce però che le intuizioni matematiche, anche se apparentemente astratte, trovino concreta applicazione in tutte le scienze moderne.
La matematica pura, alla fine, viene quasi sempre applicata. Un esempio classico è lo studio delle sezioni coniche (l’ellissi, le parabole, l’iperbole) che Apollonio fece due millenni fa e che per 1.500 anni è rimasto un divertimento matematico. Poi di colpo Keplero è riuscito ad applicare quei calcoli alle orbite dei pianeti e le intuizioni “astratte” di Apollonio sono diventate uno strumento fondamentale. Lo stesso si può dire dei numeri immaginari introdotti dalla scuola italiana, che nel 1500 servivano per risolvere le equazioni di terzo grado. Oggi nonostante si chiamino immaginari sono l’asse portante della meccanica quantistica, a partire dall’equazione di Schrödinger. Si dice che in fondo questa sia la dimostrazione che il mondo è ordinato matematicamente, cioè che la sua vera essenza sia basata su strutture matematiche che poi noi scopriamo.
Citando la teoria del fisico Stephen Hawking, Benedetto XVI ha detto che essa non può escludere «un ordine», «un’intrinseca matematica» e ha contestato l’idea della «filosofia recente» secondo cui l’origine del cosmo non è «vista come una creazione, ma piuttosto come mutazione o trasformazione»…
Sì, questo papa cita spesso la matematica. L’idea che essa sia espressione della mente umana e poi però si applichi alla natura, gli fa credere che ci sia qualcosa al di sopra della natura e della mente e che questo qualcosa sia dio. Tra l’altro è un’idea molto antica che non ha niente a che vedere col cristianesimo, è l’idea stoica del logos come ordine del mondo. Come poi questo si coniughi con Gesù e la Chiesa è un’altra questione. Il cristianesimo ha attinto a piene mani dalla filosofia greca, il Vaticano da sempre cerca di occupare tutti gli spazi. Ma nel caso del rapporto tra fede e scienza è impossibile trovare attinenze. Il metodo scientifico è del tutto diverso da quel metodo religioso dogmatico che il papa incarna con l’infallibilità pontificia. La scienza procede per dimostrazioni, per esperimenti, la Chiesa per pronunciamenti e dogmi. La Chiesa cattolica in particolare è restia ad accettare le idee nuove, ma a un certo punto anche per lei diventa impossibile respingerle senza correre il rischio di farsi ridere dietro.
È il caso dell’evoluzionismo?
Esattamente. Ora il papa riconosce la validità della teoria formulata da Darwin, dicendo però che agli inizi dell’universo, e quando è nata la vita e forse anche la coscienza, c’è stato l’intervento diretto della divinità. Poi la vita si sarebbe evoluta. Ma in definitiva li si può anche capire… vuole forse che ammettano di aver sbagliato proprio tutto e di essere inutili?

Left 45/2008

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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