//
you're reading...
Ricerca scientifica

Etica all’italiana

Stiamo perdendo l’ennesimo treno. L’epistemiologo Armando Massarenti ricostruisce la storia di come in Italia è stata affossata la ricerca sulle staminali embrionali. Considerata nel mondo la rivoluzione medica del XXI secolo
di Federico Tulli

«Commissioni di valutazione dei progetti scientifici che finanziano i propri membri, bioeticisti che sognano la “morale unica”, politiche della ricerca pubblica in Italia dettate dal Vaticano. Tutto questo, ma purtroppo tanto altro ancora, ruota nel nostro Paese intorno all’ “embrione” e alla credenza che sia persona umana». A pochi giorni dall’udienza pubblica della Corte costituzionale che il 4 novembre prossimo tornerà a decidere se la legge 40 sulla procreazione assistita sia o meno conforme alla Costituzione, Armando Massarenti, epistemiologo e docente di Scienza e cultura alla scuola superiore di Giornalismo di Bologna, spiega il perché di Staminalia (Guanda), il suo secondo libro, in occasione della presentazione avvenuta a Genova Scienza. «A distanza di quattro anni dall’entrata in vigore della legge 40 – racconta Massarenti che è anche responsabile delle pagine di filosofia e scienza sul Domenicale del Sole 24 ore – ho scritto Staminalia perché non vorrei che fosse finita lì, con l’emanazione di quella legge che limita la ricerca sulle staminali embrionali. Sarebbe tristissimo per una discussione che, invece, va alimentata. Per non trovarci di continuo con un rapporto scienza-società, scienza-democrazia completamente falsato. Uno squilibrio, quello che colpisce il modo in cui siamo abituati a concepire i dibattiti etici e bioetici, che finirebbe per decretare la vittoria delle posizioni antiscientifiche. Con ricadute negative anche sulla democrazia nel nostro Paese». I limiti posti dalla legge 40 alla ricerca sulle staminali embrionali e le difficiltà che a tutti i livelli (etico, politico, finanziario) incontrano gli scienziati italiani rischiano di inaridire da noi quello che la comunità internazionale considera «uno dei più promettenti filoni di studio per la cura delle malattie degenerative».

E quella delle «occasioni mancate» in campo scientifico è una storia purtroppo già vista nel nostro Paese, si legge in Staminalia: «Vi ricordate i casi Ippolito, Mattei, Buzzati-Traverso e Marotta? – chiede Massarenti -. I primi due si stavano prodigando per dotare il Paese di autonomia energetica; Buzzati-Traverso poneva le fondamenta per un laboratorio internazionale di genetica e biofisica; Marotta era al vertice dell’Istituto superiore di sanità. Mattei morì nel 1962 in circostanze rimaste misteriose. Ippolito e Marotta furono messi in galera con futili pretesti e il laboratorio di Buzzati-Traverso non trovò mai i finanziamenti necessari. La ragione di tanto accanimento da parte dei politici era chiara: costoro si apprestavano a sprecare ingenti somme di denaro in campi definiti del tutto inutili. Quei quattro pensavano che investire in scienza pura avrebbe potuto garantire un futuro migliore al nostro Paese, oltre che un vantaggio competitivo anche sulle applicazioni». Ecco, questa storia è paradigmatica del rapporto tra politica e scienza in Italia, al pari di quella che si è materializzata nel 2004 con la legge 40. Che Massarenti definisce «la più tremenda legge mai concepita». E nel suo libro ci spiega il perché. Ricordando come i nostri politici siano arrivati a promulgarla «con tanto di voto unanime e standing ovation bipartisan nell’Aula dopo l’esito del voto».

Il lavoro di ricostruzione dei fatti e la loro lettura compiuto da Massarenti è preciso e appassionato. Ma è anche il racconto puntuale di quanto sta accadendo in un ambito cruciale ed entusiasmante della ricerca, «da cui è lecito attendersi la rivoluzione medica del XXI secolo». Una rivoluzione che in Italia le gerarchie vaticane e i politici sodali tentano di soffocare in culla invocando la «sacralità dell’embrione». Il tutto sulla scia di quanto accaduto dall’era Bush in poi, «che nel 2001 appena insediato alla Casa Bianca – ricorda Massarenti – vietò i finanziamenti pubblici alla ricerca sulle embrionali». Divieti rezionari, e nel caso di Bush paradossali visto che non colpivano (per fortuna) i finanziamenti privati. Divieti, spiega Massarenti, «fondati su tesi filosofiche fragilissime, e che hanno moltiplicato le sofferenze umane nel mondo alimentando le speranze dei malati nei confronti di fantomatiche cure possibili con l’uso di staminali adulte». Speranze che cinici affaristi hanno sfruttato dando il la a migliaia di penosi e dannosi viaggi verso cliniche cinesi, coreane o messicane, col miraggio di una, a oggi, impossibile guarigione. Ci si trova quindi immersi in un’inchiesta dai ritmi serrati che svela come «un dibattito filosofico, morale e scientifico male impostato abbia finito per determinare a valanga scelte sbagliate, illogiche, dannose».

Soprattutto per i malati, illusi dalla antiscientifica campagna mediatica, non solo dichiaratamente cattolica, a favore delle staminali adulte. E scelte che si ripercuotono negativamente anche sul sistema dei finanziamenti pubblici. Riconosciuti in pratica solo a chi dirige la ricerca di base sulle adulte, anche se la legge 40 non vieta affatto gli esperimenti sulle staminali embrionali purché (secondo una interpretazione estensiva) le linee cellulari utilizzate siano importate dall’estero. Ma certe scelte, ribadisce Massarenti, possono rivelarsi dannose anche per la democrazia. Alcuni mesi fa un ministro del centrosinistra ha definito «una lotta tra bande» la questione sollevata da alcuni scienziati a proposito della scarsa trasparenza sulla destinazione dei fondi alla ricerca sulle staminali, tutta sbilanciata a favore delle adulte. «Una questione che potrebbe essere risolta semplicemente prendendo esempio dal resto del mondo civilizzato che adotta la peer review, il sistema di valutazione tra pari dei progetti di ricerca. E invece quella risposta è emblematica di quanto la politica voglia togliere qualsiasi respiro al dibattito scentifico sulle staminali e soprattutto alla sua corretta divulgazione presso l’opinione pubblica». Che nel migliore dei casi è portata a pensare di trovarsi di fronte a scienziati capricciosi e non al fatto che questi ricercatori, conclude Massarenti, «chiedono di poter esplorare liberamente un campo dalle potenzialità sconosciute, che nel resto del mondo lancia continui segnali oltremodo interessanti e impossibili da ignorare sia dalla politica, sia dalla scienza. E sia dalla società civile che a sua volta non viene informata del fatto che la peer review, come direbbe Churchill, “è il peggiore dei sistemi possibili a eccezione di tutti gli altri” per garantire la libertà di ricerca e il progresso della scienza. Quindi del Paese».

Left 44/2008

Annunci

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

Discussione

Non c'è ancora nessun commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

Aggiornamenti Twitter

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: