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Ricerca scientifica

La prevenzione è servita

Salute e longevità. Anche grazie alla dieta mediterranea che nel 2009 diventerà patrimonio dell’Unesco. Ricercatori dell’Idi-Irccs ne hanno studiato gli effetti protettivi rispetto al melanoma cutaneo
di Federico Tulli

Da sempre considerato il più efficace strumento per mantenere una buona forma fisica, la dieta può avere un ruolo determinante pure nella prevenzione di malattie, anche gravi. Specie se si tratta della dieta mediterranea. L’ultimo studio in ordine di tempo che conferma le qualità dell’alimentazione a base di farinacei, frutta, legumi, verdure e omega 3 tipici dell’area mediterranea, è stato appena pubblicato sul numero di ottobre dell’International Journal of Epidemiology. Alcuni ricercatori dell’Idi-Irccs (Istituto dermopatico dell’Immacolata-Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico) di Roma coordinati dalla dottoressa Cristina Fortes hanno mostrato che seguire questo particolare regime alimentare può avere un effetto protettivo sul melanoma cutaneo. Che è un tipo di tumore della pelle, con un tasso di incidenza in costante aumento negli ultimi dieci anni, il cui rischio di sviluppo è legato a fattori genetici e a fattori ambientali.

Allo stato attuale delle conoscenze l’eccessiva esposizione solare, in particolar modo le scottature, sono infatti i fattori più importanti nell’insorgenza di questo melanoma. E le persone con capelli, occhi e carnagione chiara e con scarsa capacità di abbronzarsi e suscettibilità alle scottature corrono i rischi maggiori. Dagli studi condotti nei laboratori dell’Idi e dell’ospedale San Carlo di Roma si è visto che per i soggetti analizzati consumare almeno una volta alla settimana pesce ricco di acidi grassi omega 3 (sardina, alice, tonno, salmone), frutta (almeno una volta al giorno), verdura (almeno cinque volte a settimana) e fare uso regolare di erbe aromatiche fresche diminuisce il rischio di melanoma cutaneo di circa due volte. Arance, pompelmi, il cavolfiore, i broccoli, le verdure a foglia scura e le carote sono risultate particolarmente protettive.

Questa forma di alimentazione, comunque, può diminuire il rischio di melanoma ma da sola non basta. Secondo gli stessi autori dello studio resta ancora fondamentale seguire le norme di prevenzione per i tumori cutanei, minimizzando l’esposizione al sole nelle ore calde, indossare cappello e indumenti, l’utilizzo di creme solari ad alta protezione nonché evitare l’uso di lettini e lampade abbronzanti. Le conclusioni dei ricercatori dell’Idi-Irccs giungono al termine di un anno importante per i fautori della dieta mediterranea. Lo scorso giugno il Senato ha approvato all’unanimità una mozione presentata a luglio 2007 in cui è stato chiesto al governo italiano di proseguire con grande determinazione in tutte le iniziative perché l’Unesco arrivi a riconoscere la dieta mediterranea “Patrimonio immateriale dell’umanità”. La decisione dell’Unesco è prevista per il 2009 e la richiesta è stata avanzata in collaborazione con i governi di Spagna, Grecia e Marocco. Un iter definito di “portata storica” dalle istituzioni di questi Paesi, che affonda le sue radici nella seconda metà del secolo scorso. Quando l’epidemiologo statunitense Ancel Keys, che osservò come la mortalità per malattie croniche era minore nei Paesi mediterranei rispetto agli altri Paesi in studio, attribuì l’effetto protettivo proprio al particolare regime alimentare seguito in quest’area geografica. Fu lo stesso Keys nel 1957 a coniare il termine “dieta mediterranea” e in seguito all’osservazione del famoso ricercatore, molti studi epidemiologici sono stati condotti per verificare la veridicità della sua ipotesi. Col tempo, specie negli Stati Uniti, si è radicato l’interesse verso il potenziale ruolo protettivo della dieta mediterranea nella prevenzione delle malattie croniche. Dai risultati di queste ricerche si è avuta la conferma di come in effetti seguire la dieta mediterranea diminuisca il rischio di ammalarsi e aumenti la longevità.

Tali benefici possono essere attribuiti alla presenza di molecole bio-attive con forti poteri antiossidanti nonché antiinfiammatori. Queste molecole, largamente diffuse nel regno vegetale, sono sostanze prodotte dalle piante a difesa delle loro stesse strutture e quando sono assunte con la dieta ci proteggono principalmente dall’azione dei “radicali liberi”. In tutti questi anni si è cercato di definire quale fosse il profilo di questa dieta, già che esistono alcune differenze nelle abitudini alimentari dei vari paesi del mediterraneo. È stato quindi rilevato che essa è costituita in modo predominante da cereali, legumi, frutta, verdura, frutta secca oleaginosa, pesce, uso moderato di vino, uso di olio di oliva ed erbe aromatiche. Purtroppo a differenza di quanto accaduto in ambito scientifico la dieta mediterranea ha perso appeal tra i consumatori. È accaduto a partire dagli anni Settanta durante il periodo del boom economico, probabilmente perché ritenuta troppo povera e poco attraente rispetto ad altri profili alimentari provenienti in particolare dai ricchi Stati Uniti. Nonostante ciò l’alimentazione tipica dei Paesi mediterranei viene tuttora considerata a livello internazionale come modello nutrizionale da seguire. Ora, per il definitivo riconoscimento, non resta che attendere la decisione dell’Unesco.

Left 43/2008

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
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