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Ricerca scientifica

Né scimmie, né robot

di Simona Maggiorelli

Biologia, genetica, medicina rigenerativa, ma soprattutto le neuroscienze sono le protagoniste assolute dei maggiori festival di scienza italiani. A Bergamo fino al 19 ottobre e a Genova dal 23 ottobre al 4 novembre ricercatori da tutto il mondo e premi Nobel sono chiamati a presentare le loro scoperte. A un pubblico non di addetti ai lavori, ma fortemente motivato e interessato ai progressi della scienza. Un pubblico peraltro non esiguo se si pensa che nel 2006 in 18 giorni di programma BergamoScienze ha registrato 65mila presenze e nel 2007 ha superato le 75mila. Mentre la manifestazione di Genova l’anno scorso ha chiuso i battenti con 60mila biglietti venduti e una cifra record di 250mila presenze agli oltre 350 eventi. Ma quale tipo di sapere viene proposto e divulgato in queste manifestazioni? Quali sono le scelte tematiche di queste kermesse, che come sottolinea il coordinatore del Festival della scienza di Genova, Telmo Pievani, sono un fenomeno in crescita e tutto made in Italy? Programmi alla mano, (non solo delle rassegne di questo ottobre, ma anche del Festival della mente di Sarzana, del Fest di Trieste e di Torinoscienza) ciò che colpisce è la quantità di conferenze e incontri dedicati a quello che con il titolo di un best seller del neurobiologo Jean-Didier Vincent si potrebbe chiamare “viaggio straordinario al centro del cervello”. O meglio nella mente. A Genova quest’anno lo stesso Vincent, autore di libri come Che cos’è l’uomo? (Garzanti), racconta come «dal cervello e dalle cellule cerebrali, dai neuroni dalle sinapsi, prendano vita tutte le azioni e le reazioni umane: mangiare, bere e dormire, ma anche ridere, soffrire, inventare e innamorarsi». E giù per questo pendio meccanicistico Catherine Vidal arriva perfino a domandarsi di che sesso sia il cervello. Proprio su questo tema la biologa francese il 2 novembre terrà nella città ligure la sua lectio magistralis. E se sul piano della neurofisiologia a Genova si parla della plasticità del cervello, di neuroni specchio e poi di cellule gliali, raccogliendo la sfida di divulgare ricerche specialistiche importanti, fuori dall’ambito più stretto della medicina, filosofi e neuroscienziati sembrano fare a gara nel ripeterci come la coscienza, la ragione, il logos degli antichi, siano l’asse della vita umana. E se il filosofo Nicholas Humphrey il 27 ottobre a Genova torna a parlare de “La necessità della coscienza”, sulla stessa ribalta Dan Arlely cercherà di convincerci del fatto che gli esseri umani sono «animali irrazionali ma prevedebili». E via di questo passo, fra presentazione di studi di linguistica computazionale e conferenze sul modello Second life. Con la benedizione dell’ospite speciale di Bergamo- Scienza, il filosofo Daniel Dennett, direttore del centro di Cognitive studies della Tufts university, considerato uno dei maggiori studiosi della mente. La coscienza per Dennett non è qualcosa di spirituale o di metafisico ma, come ha ribadito anche al festival lombardo «il processo che forma, da input cerebrali paralleli, il racconto continuo e sequenziale della nostra esperienza». Ma davvero, dopo il conclamato fallimento della psicoanalisi ci resta solo questo triste uomo a una dimensione, la cui mente sarebbe il calco di un computer? left 42/2008

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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