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Ricerca scientifica

Alle radici del linguaggio

Quando nasce e come si evolve la “parola” degli esseri umani? A BergamoScienza la lectio magistralis di Bob Berwick che ha colto analogie col “canto” degli uccelli. Ma la zoosemiotica non può spiegare tutto di Federico Tulli

A partire da Darwin, ma anche prima, ci sono state molte speculazioni sulla natura e l’origine del linguaggio umano. Darwin credeva nella teoria del “bel canto”, credeva cioè che i maschi che cantavano meglio fossero stati più attraenti per le femmine e che questo avesse portato al linguaggio. Sono in grado oggi la biologia e la linguistica di raccontarci una storia migliore? Come può essersi evoluto il linguaggio umano? Proprio su questo tema il 18 ottobre a BergamoScienza, il docente di linguistica computazionale al Massachusetts institute of technology di Boston, Bob Berwick, tiene la sua lectio magistralis. Secondo Berwick il linguaggio umano è il risultato di un’interazione complessa fra vari fattori, impossibile da collegare a mutazioni genetiche specifiche. In questo modo critica una visione classica dell’antropologia evoluzionistica particolarmente concentrata sullo studio del gene Foxp2, il cosiddetto “gene del linguaggio”. Scoperto in Gran Bretagna e poi studiato da ricercatori dell’Istituto di antropologia evoluzionistica di Lipsia (Germania) e del Centro di genetica umana di Oxford, questo gene è diventato famoso dopo che su Nature sono stati pubblicati lavori sulla sua capacità di produrre una proteina la cui mancanza provoca nell’uomo difficoltà a separare le parole e a creare spontaneamente la sintassi. Berwick è un accanito sostenitore del fatto che il Foxp2 sia marginale per la comprensione della nascita del linguaggio. E, sulla scia di Darwin, ha paragonato la struttura del linguaggio umano e quella del canto degli uccelli. Scoprendo alcune caratteristiche di fondo comuni alle due specie. Secondo lo scienziato statunitense, in futuro le neuroscienze e il progresso tecnologico potrebbero condurre alla scoperta di geni specifici delle due specie in grado di svelare il segreto della struttura metrica del “canto” dei volatili e della parola umana. «Come tutti i sistemi – spiega a left Federico Masini, preside della facoltà di Studi orientali alla Sapienza di Roma ed esperto sinologo – il linguaggio ha sicuramente una ripetibilità e una possibilità di essere studiato utilizzando modelli matematici, ma la linguistica computazionale non consentirà mai di arrivare alla radice del problema, che è quello della comprensione dei sensi e dei significati delle parole, delle frasi, e di ogni tipo di comunicazione umana. Altrimenti – precisa Masini – sarebbero state inventate delle macchine in grado di tradurre. Mentre allo stato attuale non s’intravede neppure lontanamente la possibilità di sostituire la traduzione umana delle parole con una traduzione automatica». Criticabile secondo lo studioso italiano è anche la teoria di Berwick. «La zoosemiotica o zoolinguistica – spiega Masini – è sicuramente una branca di studio interessante che ci permette di conoscere dei meccanismi in cui gli animali sono in grado di comunicare dei significati. Però fra le funzioni linguistiche delle lingue storiconaturali (cioè quelle parlate dagli esseri umani) vi sono caratteristiche che non si ritrovano in nessun linguaggio animale. In particolare c’è la funzione metalinguistica, cioè la capacità che hanno le nostre lingue di spiegare il significato di una frase con altre parole». E questo qualcosa in più è spiegabile, secondo il professore, solo pensando che la funzione linguistica nell’uomo sia legata a qualcosa di specificatamente umano. Dunque quando nasce il linguaggio della nostra specie? «Una scoperta acquisita è che la capacità linguistica degli esseri umani si attiva alla nascita – racconta Masini -. Nella tradizione occidentale la capacità di linguaggio dei bambini veniva legata solo all’acquisizione della ragione. In realtà fin dalla sua nascita il bimbo è un soggetto linguisticamente attivo. E l’urlo della nascita è il primo atto linguistico dell’uomo». Left 42/2008

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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