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Storia

L’uomo più informato del mondo

Codici cifrati, documenti segreti. Ecco come il Vaticano ha sempre nascosto le sue intromissioni nella politica internazionale. La ricostruzione dello storico David Alvarez dal 3 ottobre in libreria di Federico Tulli

Fuori dallo sguardo ristretto che offre la nostra penisola, a livello globale mettendo a confronto i più diversi regimi e sistemi di potere della scena internazionale, il papa risulta essere il leader più informato del mondo. Pur non avendo, di fatto, un vero e proprio sistema di servizi segreti, per poter così mantenere una facciata ecumenica e “buonista” del Vaticano. Fatto è che nella storia ogni pontefice è riuscito attraverso una rete di rapporti personali a controllare fino alle più lontane sponde della Chiesa.
Il meccanismo di questa insinuante e per molti aspetti inquietante rete di informazione è analizzato puntigliosamente, con una gran messe di documenti, lungo il percorso di dieci papati – da Pio VII a Pio XII, il «papa di Hitler» – da David Alvarez nel libro I servizi segreti del Vaticano, libro che la casa editrice Newton Compton ha utilmente tradotto e, finalmente, reso disponibile in tutte le librerie dal 3 ottobre. Professore di scienze politiche al Saint Mary’s College of California, nonché coautore con Robert Graham del libro Spie naziste contro il Vaticano 1939-1945, Alvarez, che si definisce uno storico diplomatico, ha dalla sua il fatto di aver potuto varcare la cortina del silenzio che circonda gli archivi vaticani. Cosa che gli offre una marcia in più rispetto anche a importanti libri inchiesta che hanno analizzato questo tema. «Malgrado siano state fatte molte dichiarazioni e siano state avanzate innumerevoli prove sui servizi di informazione del papato – annota Alvarez – è come se nessuno fosse stato in grado di confermarne l’esistenza, di identificarne le caratteristiche e la natura in maniera sistematica». La sua ricerca, nutrita di una messe puntigliosa di riscontri incrociati e di verifica delle fonti, è cominciata quando l’autore ha avuto l’accesso, seppur per un tempo limitato, agli archivi romani per documentarsi sulla storia del corpo diplomatico del Vaticano durante la Prima guerra mondiale. «Mentre esaminavo i fascicoli dei telegrammi e dei rapporti inviati dai nunzi apostolici dai diversi continenti – racconta lo storico – sono rimasto colpito nello scoprire che le questioni di sicurezza rappresentavano un elemento di enorme preoccupazione per moltissimi rappresentanti pontifici.
La loro corrispondenza era disseminata di riferimenti alla sorveglianza, ai codici cifrati e alle valigie sigillate dei membri del corpo diplomatico, nonché di avvertimenti circa i tentativi dei servizi segreti stranieri di intercettare le comunicazioni riservate al papa». Per proteggere le notizie riservate da occhi indiscreti molti messaggi erano scritti in codice e uno dei fascicoli conteneva un cifrario. «Da storico diplomatico – precisa l’autore – ero a conoscenza dell’abitudine dei governi di codificare le loro comunicazioni, ma mai avrei sospettato che il Vaticano potesse ricorrere a un simile espediente».
Poi a poco a poco, tassello dopo tassello, Alvarez sarebbe riuscito a ricostruire il funzionamento e le molte ingerenze del sistema di spionaggio del Vaticano durante la Seconda guerra mondiale. Trovando poi molte “pezze di appoggio”, verifiche e riscontri nei documenti diplomatici e nei dossier dei servizi segreti inglesi, francesi, italiani, spagnoli, americani. I frutti di questa ricerca storica sono raccontati passo dopo passo nelle 350 pagine di questo libro.

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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