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Cultura migrante

Il pane dell’identità

Cosa spinge i migranti a rischiare la vita? I bisogni materiali, ma anche la ricerca di nuovi rapporti. Predrag Matvejevic anticipa a left i suoi prossimi libri di Federico Tulli

«L’asino ha fatto tanto per il Mediterraneo. Ha portato acqua, ha lavorato nei mulini facendo girare la mola, ha trasportato le pietre per costruire i grandi palazzi, le case, le fabbriche. Nessun animale ha faticato tanto e adesso siamo in un’epoca in cui rischia di scomparire. è in via di estinzione. Ed è un fatto simbolico. Perché è quanto accade in Europa al rapporto e alla riconoscenza nei confronti di persone che tanto hanno fatto per la nostra terra: quelli che io chiamo gli immigrati-emigranti». Predrag Matvejevic al telefono da Zagabria ci legge un brano del saggio sull’asino che ha inserito nella nuova edizione del Breviario mediterraneo (libro tradotto in 22 lingue) appena uscita da Garzanti. «Quando Fernand Braudel, il grande maestro di chi si occupa di Mediterraneo, fece la sua tesi, tutti erano entusiasti. Ma ci fu un professore che disse: “Da rifiutare, perché non parla di quello che fu un grande costruttore del Mediterraneo, l’asino”. Nel nuovo Breviario ho aggiunto ciò che manca al suo lavoro». Nel frattempo lo scrittore croato sta ultimando la lunga lavorazione di un libro sul pane e, per le prime settimane del 2009, è attesa un’edizione ampliata de L’altra Venezia (Garzanti) che nel 2003 vinse il premio Strega europeo.

Professore, lei è dovuto emigrare nel ’91 dalla Croazia e il suo lavoro l’ha portata a lambire le mille sponde del Mediterraneo. Cosa è cambiato nel rapporto tra noi europei e “lo straniero”?
Mi sorprende particolarmente l’Italia. Non ci sono nato, ma sono cittadino italiano. Questo è tema che mi è caro e che osservo da un punto di vista particolare, essendo vissuto a metà fra asilo ed esilio. Il mio non è stato un vero esilio, perché mi sono autoesiliato non essendo d’accordo con i regimi che hanno distrutto la Jugoslavia. E non ho cercato un vero asilo, avendo voluto mantenere anche la cittadinanza croata. Ora sono tornato a Zagabria ma ho una piccola casa a Venezia e ho vissuto tre anni e mezzo in Francia e oltre tredici in Italia, a Roma.

L’italiano le è sembrato una “lingua da abitare”?
Da scrittore, da filologo, fui subito positivamente sorpreso dalla profusione di termini in italiano che esistono per esprimere questo statuto indefinito dello straniero. Espulso, esule, profugo, rifugiato, fuggiasco, sfollato, deportato, esodato, espatriato, fuoriuscito, esiliato, respinto. Queste definizioni sono la prova che l’Italia è stata la nazione con la più forte emigrazione. Mi aspettavo quindi una gran comprensione, che del resto io ho ricevuto insieme alla cittadinanza e alla cattedra alla Sapienza. Mai avrei pensato a una legge che impone la presa delle impronte a bambini di due o tre anni. Ero orgoglioso di essere cittadino a tutti gli effetti di un’Italia umana e liberale. Oggi sono deluso.

Quelle parole sono state sostituite da altre: “clandestino”, “extracomunitario”. Siamo tornati indietro di decenni?
Sappiamo che le cose sono cambiate dopo le ultime elezioni. Che c’è una certa clientela del nuovo governo che fa “pulizia etnica”. Mi ha sorpreso anche che un Paese che si professa cristiano, fra Vaticano e Dc, abbia una considerazione per nulla cristiana dei diritti dell’uomo. Lavoro da anni a un libro sul ruolo del pane nella storia. Ecco, il pane è l’unico grande slogan storico che non ha mai tradito. Tutti gli altri hanno finito per deludere. Lavorando su questo mi sono accorto di una discrepanza terribile tra ciò che si sostiene per fede e prassi, specie in politica. Ciò che più mi fa arrabbiare è sentir parlare d’immigrazione in termini quantitativi. “Quanti sono in Italia”, “quanti sono sbarcati in Sicilia”, “quanti possono rimanere”, “quanti devono tornare”. Non si può affrontare questo problema in termini qualitativi? Questa è la mia domanda.

“L’altro” era un numero per i nazisti nei campi di concentramento…
Quella era una via senza ritorno. Mi piacerebbe fare un seminario alla Sapienza o alla Sorbona per trovare un rapporto con lo straniero che non si riduca ai numeri. Un approccio che parte dall’interesse per chi propone un punto di vista diverso, una cultura diversa. Per queste mie ricerche sul pane di recente sono stato con gli zingari, o come si dice oggi rom, alla frontiera tra Bosnia e Croazia. Ho annotato molte frasi sul loro modo di parlare del pane, modi di dire per conoscerli meglio. “Il pane può quello che l’imperatore non può e che dio non vuole”, dicono per esempio.

Gli zingari quanto hanno dato alla cultura e all’arte in Europa? Andiamo in Spagna: quanto deve il flamenco agli zingari? Oppure passiamo in Ungheria o nell’Europa centrale. Qui troviamo la csárdás, una straordinaria danza. E poi la più bella romanza russa che per metà è di origine zingara: Oci ciornie, occhi neri. Andando più lontano nel tempo abbiamo il nostro caro pianoforte, lo strumento che lo precede era il clavicembalo, e prima di questo era il cymbalom, strumento zingaro originario dell’India. Riconoscendo queste cose potremmo dare a questa gente un po’ di orgoglio. Forse di vivere diversamente. Forse non di lasciare per sempre la loro vita di nomadi. Ma potremmo certamente fare qualcosa di diverso dalle cose indegne che facciamo nei confronti di questa loro cultura, di questa loro grande tradizione.

La legge italiana sulle impronte ai minori è stato un chiaro tentativo di schedare gli zingari. Di contro la situazione in Europa?
Non è buona. Si parla di 9 milioni di rom in Europa e c’è una situazione contagiosa da una regione all’altra. Un minimo incidente se causato da un rom diventa dieci volte più grande, pericoloso, che se fosse fatto per esempio da un francese. Anche la Francia, malgrado le sue tradizioni rivoluzionarie e democratiche non è priva di reazioni nei confronti dell’immigrato-emigrante, specie in provincia. Ma forse nei confronti dei rom non c’è questo odio che sale oggi da alcune regioni d’Italia.

E i molti trattati internazionali sui diritti umani che l’Italia ha sottoscritto?
Appunto, noi italiani non rispettiamo nemmeno alcuni diritti per cui abbiamo firmato grandi contratti sociali europei. Basta pensare al diritto d’asilo che, proclamato solennemente nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, si è rivelato un grande inganno. Solo pochissimi Paesi hanno rispettato il patto sottoscritto mezzo secolo fa dalla grande maggioranza dei membri delle Nazioni unite. Sono rare le situazioni in cui questo diritto ha trovato il posto che merita in una cultura progressista. Ricordiamoci di Ochalan. Lui aveva diritto all’asilo e se ritornava in Turchia avrebbe rischiato la morte, ma è stato comunque espulso. Erano i miei primi anni fra asilo ed esilio, devo dire che ero sorpreso. Col passare degli anni quella sorpresa si è trasformata in delusione. Soprattutto perché la cultura sembra oramai evitare impegni politici. Non siamo più negli anni 50, eppure allora c’erano tanti scrittori, anche stranieri, che partecipavano alla vita sociale dell’Italia. Ora accade molto meno. Come se l’impegno civile fosse diventato un peccato.

Left 40/2008

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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