//
you're reading...
Informazione

Carta straccia

Che fine ha fatto il codice deontologico che impegna i giornalisti italiani a non usare un linguaggio xenofobo? La denuncia di Tana De Zulueta
di Federico Tulli

La firma del Protocollo deontologico per i giornalisti italiani denominato Carta di Roma sembrava proprio una buona notizia. Il governo Berlusconi si era appena insediato e l’accordo siglato nel giugno scorso da Federazione nazionale della stampa italiana e Ordine dei giornalisti, impegnando i firmatari a non usare un linguaggio xenofobo nel riferire notizie che riguardano gli stranieri, comunitari e non, denotava un buon tempismo. A distanza di tre mesi si deve constatare che purtroppo è stata sonoramente disattesa. Lo evidenzia a left Tana De Zulueta, giornalista ed ex parlamentare dei Verdi. «Penso che in Italia vi sia una caparbia indisponibilità ad aprire una riflessione sul rapporto tra media e razzismo sia da parte dei giornalisti sia della politica. Due mondi qui da noi molto contigui». E questo, secondo De Zulueta, è un dato oramai consolidato. «Ricordo che quando Storace era presidente della vigilanza Rai gli segnalai esempi di rappresentazione degli stranieri che violavano le norme più elementari di correttezza. Norme elementari per altri Paesi, ma di cui in Italia non si era mai parlato».

In quel caso De Zulueta evidenziava il ricorso costante a stereotipi razziali. Come l’uso di «marea gialla» per descrivere l’arrivo di numerosi cinesi. «Storace non mi rispose mai – sottolinea De Zulueta -, ma la cosa triste è che gli altri componenti della commissione si limitarono a sorridere». Negli anni poco o nulla è cambiato. È lì a testimoniarlo la foto diffusa nell’agosto scorso dai media che ritrae una giovane donna nigeriana in cella stesa a terra, mezza nuda e sporca di polvere. In un altro Paese sarebbero scattate delle azioni legali. In Gran Bretagna, ad esempio, sarebbe stata a rischio la licenza di chi ha diffuso quell’immagine. E allora in questo quadro il peggio poteva succedere, spiega la giornalista, «perché si sono costituiti gli anticorpi culturali». Così è accaduto che i media siano diventati cassa di risonanza di un discorso esplicitamente razzista. «E questo per i migranti è una forma di difficoltà costante, a livello esistenziale quasi tragico». Il multiculturalismo, «bella parola di cui anche la sinistra si è riempita la bocca», qui da noi è ben lungi dall’essere riconosciuto come tesoro irrinunciabile. «Ci vuole proprio una presa d’atto forte – chiosa Tana De Zulueta -. Serve una scossa che può essere data dagli artisti stranieri. Magari con un Gomorra sull’immigrazione che scuota un Paese che si compiace con troppa facilità di se stesso. Ma anche il cinema ha grandi possibilità di far passare questi discorsi». Qualcuno, come Mazzacurati ne La giusta distanza ci ha provato, ma sembra piuttosto un caso isolato. «Ci vorrebbe un’azione politica oltre che artistica, ma in questa fase non ne vedo la possibilità perché abbiamo la classe politica più razzista d’Europa».

Left 40/2008

Annunci

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

Discussione

Non c'è ancora nessun commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

Aggiornamenti Twitter

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: