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Economia canaglia

La guerra degli ortaggi

Mentre fare la spesa costa sempre di più, Coldiretti diserta il tavolo di discussione con le altre associazioni dell’agroalimentare e lancia i farmer’s market. Lo slogan è: “Dal produttore al consumatore senza intermediari”. La risposta di Fedagri-Confcooperative: «Demagogia. Interveniamo sulle inefficienze della filiera» di Federico Tulli

Mesi e mesi di continui aumenti dei costi energetici e delle materie prime agricole (specie mangimi e fertilizzanti), stallo dei consumi alimentari, concorrenza internazionale sempre più agguerrita, contraffazione sistematica del made in Italy per un giro d’affari mondiale di circa 50 miliardi di euro. Il 2008 non ha certo lesinato duri colpi allo sviluppo del sistema agroalimentare italiano. E il futuro non sembra riservare positive sorprese. Eppure tra le associazioni dei consumatori è guerra aperta: da una parte Coldiretti, che diserta il tavolo di trattative con le altre organizzazioni del settore agroalimentare e lancia l’idea dei farmer’s market, dove i coltivatori vendono direttamente i propri prodotti in città. Dall’altra Fedagri-Confecooperative, scettica sulla reale efficacia di una catena priva di intermediari e punti vendita tradizionali, e fautrice di un Sistema-Italia il più possibile coeso.

Il motivo per cui questo scontro appare tanto interessante lo può verificare ciascuno di noi andando a fare la spesa. I prezzi dei beni di prima necessità sono aumentati nell’ultimo anno con percentuali a due cifre. Pasta, latte, pane sono diventati sempre più preziosi. E a parità di budget il nostro carrello è sempre più vuoto. Lo spiega, con la nettezza dei numeri, anche l’Istat. Secondo l’ultima rilevazione ad agosto, la pasta di semola di grano duro ha registrato un rincaro su base annua del 35,2 per cento confermando il suo ruolo di prodotto trainante dell’inflazione (+4,1 per cento su agosto 2007). Insomma, la situazione è tutt’altro che positiva. E l’appuntamento di gennaio 2009, quando l’Ue renderà operative le nuove regole della Politica agricola comune, non fa che rendere ancora più grande la confusione che regna intorno ai campi. Alla luce di questa situazione e con l’obiettivo di fornire un punto di vista unitario, le organizzazioni imprenditoriali, cooperative e sindacali del sistema agroalimentare italiano hanno deciso di rendere permanente il “Tavolo degli undici”. Uno spazio di dialogo e confronto sulle sfide del settore composto dalle tre organizzazioni agricole (Cia, Confagricoltura e Copagri), dalle quattro centrali cooperative dell’agroalimentare (Fedagri-Confcooperative, Legacoop Agroalimentare, Agrital-Agci, Ascat-Unci), da Federalimentare-Confindustria nonché dai tre sindacati confederali Fai-Cisl, Flai-Cgil e Uila-Uil. Al tavolo non partecipa la sola Coldiretti, l’organizzazione che con oltre un milione e mezzo di agricoltori vanta il maggior numero di iscritti in Italia. Una decisione che evidenzia un’importante frattura all’interno del sistema primario nazionale. Per quale motivo? «Per prima cosa nessuno ci ha invitato – spiega a left il responsabile economico di Coldiretti, Pietro Sandali -. In secondo luogo quel tavolo è nato in occasione delle ultime due riforme comunitarie del settore ortofrutticolo e vitivinicolo che noi non abbiamo condiviso. In particolare non abbiamo condiviso il modo con cui la prima è stata applicata in Italia». Proprio per quanto riguarda il settore dell’ortofrutta Coldiretti ha messo in campo l’iniziativa dei farmer’s market, i mercati cittadini dove a vendere i loro prodotti rigorosamente locali e di stagione sono i coltivatori diretti. Punti vendita che la stessa organizzazione agricola ha ideato e che stanno prendendo piede in tutta Italia. Secondo Coldiretti, acquistando in questi punti vendita «è possibile far risparmiare fino a cinque miliardi nella spesa alimentare degli italiani con il dimezzamento del costo dei trasporti di cibi e bevande». Una cifra importante che si lega a un sistema di accorciamento della filiera che all’estero è già sperimentato negli Usa e in diversi Paesi Ue. Ma che in Italia non convince del tutto. Come osserva il presidente di Fedagri-Confcooperative, Paolo Bruni, «la vendita diretta, se in alcuni casi può effettivamente andare incontro al consumatore, per esempio attraverso i punti di vendita aziendali, su larga scala è un’ipotesi del tutto fallimentare».

Fermo restando che, sul mercato interno, la grande sfida per l’agricoltura italiana consiste nell’accorciare la filiera nella maniera più efficace possibile, avvicinando cioè il primo anello della catena all’ultimo, il produttore al consumatore, è sul come che si scontrano le idee di Fedagri-Confcooperative che fattura oltre 25 dei circa 35 miliardi di euro prodotti dall’agroalimentare, e di Coldiretti, la maggiore organizzazione nazionale di settore. Spiega Bruni: «Slegato da una cooperativa che per missione provvede ad allocare la produzione del singolo socio puntando alla massima remunerazione, il produttore agricolo che si reca al farmer’s market deve sostenere da solo i costi di produzione e di trasporto in città, oltre a gestire l’invenduto. Non solo, deve fare bene attenzione a praticare prezzi più bassi o per lo meno competitivi con i punti di vendita tradizionali, altrimenti non si vede dove sarebbe la convenienza. È facile intuire che queste iniziative possono costituire un elemento di colore, ma nulla levano al reale problema della costante sfida del mercato per il settore agricolo. Anche perché stiamo parlando dell’1-2 per cento della produzione lorda nazionale».

Insomma per quanto conveniente, la vecchia litania “dal produttore al consumatore” funziona fino a un certo punto. Anche acquistando a buon prezzo frutta e verdura dal più vicino farmer’s market è impossibile fare a meno delle rivendite tradizionali o dei soliti grandi supermarket. Dove il nostro portafoglio non può sfuggire alla ghigliottina dell’inflazione. «Consideriamo questi mercati uno strumento per accorciare la filiera, ma non è che pensiamo di risolvere in questo modo i problemi del mondo – racconta Sandali -. Per risolvere veramente il problema dell’inflazione sui generi alimentari bisogna agire sulla gestione dei costi dell’impresa agricola per abbatterli, mantenendo la remuneratività e calmierando i prezzi. Secondo noi poi le filiere vanno completamente riscritte. Ci sono sacche di inefficienza enormi di cui nessuno si occupa». Secondo il presidente di Fedagri «per riuscire a governare il sistema dei prezzi servono dei patti interprofessionali di filiera dove con responsabilità ogni attore, della produzione, della trasformazione, della distribuzione, assume l’impegno di far giungere le derrate nel frigo dei consumatori a un costo accettabile. Che è quel costo in grado di non deprimere in continuazione i consumi e quindi la remuneratività del sistema. Questo – precisa Bruni – è l’obiettivo che il mondo della cooperazione vuole perseguire attraverso le linee di politica agricola condivise con le altre undici sigle. Non ho dubbio alcuno che l’ideale sia una grande coalizione di tutte le forze in campo del mondo agricolo e agroalimentare che tradotto in cifre è di 12 e non 11 soggetti. Detto questo ci si confronta con chi è disponibile e non con chi invece si chiama continuamente fuori da ogni percorso di azione comune ritenendosi il primo della classe».

Left 39/2008

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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