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Sicurezza alimentare

Obesità senza frontiere

Un americano su tre è obeso. In Cina uno su cinque. In Giappone, i “supersize” sono raddoppiati dal 1982. Dati allarmanti pure in Europa e Africa. Dilaga dagli Usa la pandemia del terzo millennio. Colpa di un dolcificante presente in tutte le più note bibite gasate
di Federico Tulli

L’Hfcs, acronimo di High fructose corn syrup, dolcificante ad alto contenuto di fruttosio e glucosio ottenuto dal mais, non è un semplice sciroppo. Prodotto negli Usa alla fine degli anni 70 dalla Archer Daniels Midland, che presto sarebbe diventata la maggiore industria agroalimentare del mondo, dopo un accordo con The Coca cola company è divenuto in breve il re degli additivi. Sostituto parziale o totale del ben più costoso zucchero di canna, dal 1980 in poi l’Hfcs è entrato in pianta stabile nella dieta degli americani perché la decisione dei produttori della famosa bibita è stata subito seguita dalla concorrente Pepsi. E oggi, come William Reymond rileva nel suo libro Toxic (Nuovi mondi media), «l’High fructose corn syrup è una superstar. Ogni anno 530 milioni di stai di mais vengono trasformati in 8 miliardi di litri di sciroppo». Che però non è più usato solo nelle bibite. Lo si trova infatti in tutto ciò di cui gli americani sono ghiotti: hamburger, ketchup, piatti preconfezionati. E pure negli sciroppi per la tosse e nelle vitamine. Con quali conseguenze è presto detto.

Nel 2004, i 66 miliardi di dollari (oltre 45 miliardi di euro) «spesi negli Usa per Coca, Pepsi e Dr Pepper» hanno reso queste bibite «l’alimento più consumato del Paese e la prima fonte di calorie». Pertanto, prosegue Reymond, «quando un solo prodotto raggiunge un tale livello di consumo, rappresentando in media il 7 per cento dell’apporto calorico dell’americano medio, diviene legittimo valutare il suo ruolo nella crisi di obesità». Specie se l’evoluzione delle curve di obesità e dell’acquisto di tali bibite, proprio dagli anni 80 in poi risulta parallela. Secondo il National center for health statistics, dal 15 per cento del ’76, quando ogni americano beveva 350 bottigliette l’anno, il tasso di obesità è schizzato al 31 per cento del ’99, per una media che sfiorava le 600 bottigliette da 35,5 cl in un anno (oltre 200 litri). Cifre che però non bastano a spiegare, e a provare, come l’Hfcs abbia da solo tramutato un americano su tre, circa cento milioni, in persona obesa. Cioè a rischio diabete e gravi malattie cardiovascolari. In proposito è suggestiva la tesi di Loretta Napoleoni nel suo libro Economia canaglia (il Saggiatore). «Negli anni 70 – scrive l’autrice, una dei massimi esperti di economia internazionale – la sostituzione dei dolcificanti di mais al saccarosio abbatte i costi di produzione dell’industria alimentare, che a loro volta riducono il prezzo dei prodotti incoraggiando la gente a consumarne di più. In quegli anni la lotta al grasso segna l’avvento delle diete ipolipidiche. Il grasso viene eliminato dagli alimenti e sostituito con i carboidrati, che però hanno molte calorie e producono grassi. Lo stesso fenomeno si verifica in Europa negli anni 80». Ma anche in Cina, col nuovo millennio, dove l’obesità riguarda una cittadino su cinque: 215 milioni di persone. O in Giappone dove, come ricorda Raynolds, dal 1982 il numero di obesi è aumentato del 100 per cento.

Per quanto sorprendente possa sembrare, nemmeno l’Africa è esente da quella che a tutti gli effetti appare una pandemia. «In Zambia il 20 per cento dei bambini di quattro anni è obeso. Lo stesso si riscontra in Marocco ed Egitto. Mentre in Medio Oriente, da Beirut a Bagdad, un quarto della popolazione è obeso o in sovrappeso». Tutta colpa di un semplice sciroppo? Sembrerebbe di sì, visto che i prodotti in cui è usato non conoscono confini commerciali. Ciò che soprattutto crea una sorta di dipendenza nelle persone è il gusto dolce che l’Hfcs garantisce senza causare intolleranza per uso eccessivo, diversamente dallo zucchero. Racconta un consumatore a Reymond: «La differenza tra zucchero e sciroppo di mais? Prima, se bevevi due o tre Coca di fila la dose di zucchero ti faceva sentire male. Adesso ne puoi mandar giù due o tre litri senza vomitare». In pratica, osserva l’autore di Toxic, «l’Hfcs è riuscito ad aggirare la resistenza naturale dell’organismo all’eccesso di glucidi. E proprio come un agente tossico ha sregolato la nostra tolleranza ai prodotti zuccherati». Questo può spiegare perché i nutrizionisti siano concordi nel ritenere che i più esposti al pericolo obesità e sovrappeso siano i bambini. Cosa peraltro confermata dalle cifre. Ad esempio l’International obesity task force ha calcolato che in Italia sono in sovrappeso il 27 per cento dei maschi e il 21 per cento delle femmine tra i 6 e i 17 anni. E un range che va dal 25 al 50 per cento dei bambini obesi mantiene l’eccesso ponderale anche da adulto. A conferma di quanto rilevato da Reymond, l’Organizzazione mondiale della sanità ha calcolato che anche con una vita sedentaria e solo con un miglioramento del regime alimentare si possono raggiungere risultati sorprendenti, prevenendo tumori e malattie cardiovascolari nel 30-40 per cento dei casi. Ma la globalizzazione delle diete sembra lasciare poca scelta ai consumatori, specie ai più giovani.

Come può un bimbo da solo resistere al gusto della Coca cola o delle famigerate merendine all’Hfcs? Non può, dicono pediatri e psichiatri. Spesso uno squilibrato regime nutrizionale, riscontrabile anche in età adulta per via del conclamarsi di cattive abitudini, affonda le radici nel rapporto alimentare e affettivo vissuto con la madre nel primo anno di vita. Le cause dell’obesità dei bimbi vanno ricercate non solo in una errata educazione alimentare quanto anche nell’uso del cibo come sostitutivo del rapporto con i figli da parte dei genitori. I quali spesso hanno difficoltà a entrare in rapporto con il neonato per cui qualunque pianto viene sedato con l’alimentazione, mentre è noto che non tutte le sue richieste sono legate alla fame. Pertanto anche durante la crescita il cibo appare risolutivo di qualsiasi situazione di sconforto. Ciò spiega come da innumerevoli ricerche risulti che quasi tutti i genitori diano per scontato che ai bimbi non piacciano verdure e legumi eliminati oramai da qualsiasi dieta. E finiscono per proporre ai figli solo i gusti facili di dolci e carboidrati. Non avendo scelta, i bimbi si abituano e alla fine accettano solo questi. Ed entra in azione l’Hfsc.

Left 37/2008

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
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