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Economia canaglia

Export, meno vino negli Usa: Non solo colpa del Brunello

Proprio mentre giunge a conclusione una vendemmia sostanzialmente positiva per il vitivinicolo italiano in termini di qualità e quantità, i dati dell’export nel primo semestre 2008 indicano una flessione del 3,5 per cento verso il mercato degli Stati Uniti. L’analisi è dell’Italian Wine & Food Institute, l’istituto di ricerche di mercato con sede a New York, e riguarda quella che storicamente è la principale piazza di sbocco per il made in Italy in bottiglia. C’è quindi di che esser preoccupati secondo la Coldiretti che indica nella crisi del Brunello dello scorso aprile la principale causa di questa flessione. “Dopo anni di crescita ininterrotta – spiega l’organizzazione agricola in una nota -, calano le bottiglie di vino made in Italy esportate negli Stati Uniti, con l’avvio dell’indagine sul mancato rispetto dei requisiti del disciplinare del Brunello di Montalcino la cui produzione è assorbita per un quarto proprio dal mercato statunitense”. La flessione, prosegue la Coldiretti, “è certamente dovuta anche agli effetti del rapporto di cambio tra euro e dollaro, ma rappresenta un preoccupante campanello d’allarme”.

Secondo Donatella Cinelli Colombini, presidente delle Donne del vino della Toscana e produttrice di Brunello, “l’impennata dell’euro è stata devastante per l’export e gli effetti del cambio sfavorevole hanno colpito tutti i paesi esportatori di Eurolandia, non solo l’Italia”. Problema questo che peraltro non riguarda solo il vino quanto tutto l’agroalimentare. In secondo luogo, spiega al Velino Cinelli Colombini, “va precisato che la questione del Brunello i danni li ha causati, una cosa detta esplicitamente anche dal ministro delle Politiche agricole. Danni non ancora quantificabili, ma indubbiamente il titolo dell’inchiesta dell’Espresso, ‘Velenitaly’, ha gettato un’ombra su tutta la produzione italiana. Soprattutto per come è passata la notizia – osserva la presidente delle Donne del vino -. Il problema non è stato cosa è successo. Una trasgressione sul disciplinare non è certo un problema di salute alimentare, ma visto che sotto alla parola ‘Velenitaly’ c’era il nome del Brunello c’è anche chi ha pensato che in questo vino ci potesse essere qualcosa di velenoso”. Detto questo, conclude Cinelli Colombini, occorre ribadire che “la flessione dell’export vitivinicolo verso il principale mercato internazionale dipende sia dal cambio sfavorevole sia dalla crisi economica che in questi mesi ha colpito le tasche dei consumatori statunitensi”.

Scende ancora più nel dettaglio il direttore generale di Carpenè Malvolti, Antonio Motteran. “In base alla mia esperienza diretta – spiega il direttore dell’azienda leader nella produzione e nell’export di Prosecco Doc – non ho percepito che tutto il vino italiano a seguito di questo fatto che riguarda specificamente il Brunello abbia avuto contraccolpi negativi. Semmai – spiega al VELINO Motteran – ho rilevato da parte di alcuni operatori americani riflessioni relative al solo settore dei vini rossi di alta qualità. Alcuni di loro si chiedono infatti se il mancato rispetto del disciplinare di produzione riguardi davvero solo il Brunello”. Una riflessione che si ripercuote immancabilmente in una flessione degli ordini che sta colpendo un settore molto delicato, di alto valore aggiunto e di immagine. Ribadisce dunque Motteran: “Per quanto riguarda il sistema vino che esportiamo negli Usa, questo è toccato essenzialmente dalle difficoltà del dollaro nei confronti della valuta europea e dal calo dei consumi. Un calo che colpisce tutti indistintamente, italiani, francesi e produttori del Nuovo mondo. Globalmente parlando non c’è nessuno che in questo momento si stia avvantaggiando nel rapporto col mercato statunitense”, conclude il dg di Carpenè Malvolti.

Proprio mentre giunge a conclusione una vendemmia sostanzialmente positiva per il vitivinicolo italiano in termini di qualità e quantità, i dati dell’export nel primo semestre 2008 indicano una flessione del 3,5 per cento verso il mercato degli Stati Uniti. L’analisi è dell’Italian Wine & Food Institute, l’istituto di ricerche di mercato con sede a New York, e riguarda quella che storicamente è la principale piazza di sbocco per il made in Italy in bottiglia. C’è quindi di che esser preoccupati secondo la Coldiretti che indica nella crisi del Brunello dello scorso aprile la principale causa di questa flessione. “Dopo anni di crescita ininterrotta – spiega l’organizzazione agricola in una nota -, calano le bottiglie di vino made in Italy esportate negli Stati Uniti, con l’avvio dell’indagine sul mancato rispetto dei requisiti del disciplinare del Brunello di Montalcino la cui produzione è assorbita per un quarto proprio dal mercato statunitense”. La flessione, prosegue la Coldiretti, “è certamente dovuta anche agli effetti del rapporto di cambio tra euro e dollaro, ma rappresenta un preoccupante campanello d’allarme”.  (Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale)

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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