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Cooperazione

Insegnare in campagna

Come incentivare gli insegnanti a trasferirsi nelle zone rurali

di Federico Tulli

Come sviluppare la rete scolastica, come incentivare gli insegnanti a trasferirsi nelle campagne, come adeguare i programmi ai bisogni della comunità rurale e alla sua cultura tradizionale. È l’ambizioso progetto “Education for rural peaple” su cui si stanno confrontando 11 Paesi africani – Burkina Faso, Etiopia, Guinea, Kenya, Madagascar, Mozambico, Niger, Uganda, Senegal, Sudafrica e Tanzania – con la collaborazione della Fao, dell’Adea (l’Associazione per lo sviluppo dell’istruzione in Africa), dell’Unesco e di altre istituzioni tra cui la Cooperazione allo Sviluppo italiana e i ministeri francesi per l’Agricoltura e per gli Affari esteri. «La tendenza di oggi è che l’impegno a costruire scuole sia assunto dai governi locali. È la prima dimostrazione di una volontà politica di operare per la creazione di una rete educativa equa ed efficace», spiega Lavinia Gasperini, responsabile del dipartimento Sviluppo sostenibile servizio educazione, divulgazione e comunicazione della Fao. «I Paesi donatori ora lavorano più sugli aspetti del rafforzamento istituzionale e di sostegno ai programmi all’educazione. Mentre in passato erano fortemente impegnati nell’incentivazione alle infrastrutture». In particolare il governo italiano ha sostenuto l’iniziativa della Fao presso le popolazioni rurali “Education for rural people” (Erp). Una flagship lanciata ufficialmente da Fao e Unesco il 3 settembre 2002, durante la Conferenza internazionale sullo Sviluppo sostenibile di Johannesburg in Sudafrica.

Il progetto fa parte dell’Alleanza internazionale contro la fame (Roma, 2001) e di Educazione per tutti (Jomtien, 1990), e si lega a due importanti iniziative promosse dalle Nazioni Unite: Obiettivi di sviluppo del Millennio (New York, 2000) e United nation universal declaration of human rights (New York, 1948). «L’Italia è stato uno dei primi partner a sostenere Erp» racconta Gasperini, «e attraverso questi finanziamenti abbiamo organizzato diverse riunioni regionali con ministri e staff dei due Ministeri dell’Educazione e dell’Agricoltura di diversi Paesi. Si è rivelato un aspetto molto innovativo. Non era infatti mai successo, specie in Africa, che questi due ministeri dialogassero per affrontare il problema della scolarizzazione delle aree agricole». Gli incontri si sono tenuti in Asia, America latina e nel 2005, ad Addis Abeba. Infine, nel novembre del 2007 alla Fao a Roma c’è stato l’incontro della svolta. «È accaduto in seguito alla proposta di un questionario preparato con l’Adea», racconta la funzionaria della Fao. «Ai partecipanti, circa 400 persone tra presenti e collegati in videoconferenza in rappresentanza degli 11 governi africani, abbiamo chiesto qual era la prima priorità per lo sviluppo del rispettivo Paese. La risposta, praticamente unanime, è stata: “l’educazione delle popolazioni rurali”».

Ilaria cooperazione 07/2008

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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