//
you're reading...
Salute

Violenza di Stato

La legge 40 lede i diritti umani. Per questo motivo decine di coppie hanno denunciato l’Italia alla Commissione europea. L’obiettivo è costringere il governo a rivedere il testo, pena l’apertura di una procedura d’infrazione di Federico Tulli

Mentre in Gran Bretagna si approva una legge rivoluzionaria sulla fecondazione assistita (Pma), in Italia, a distanza di quattro anni dall’entrata in vigore della legge 40/04 nulla è cambiato a livello legislativo. Anzi. Ciò che prepotentemente emerge, anche dalle relazioni parlamentari depositate nelle scorse legislature, sono i danni gravi che la legge 40 ha prodotto nelle centinaia di coppie che, per motivi diversi, si sono trovate a scontrarsi con le assurde restrizioni imposte dalla norma.

I dati parlano di un aumento del 21 per cento del rischio di gravidanze plurime, di una netta diminuzione delle nascite e dei successi delle tecniche. E le coppie, abbandonate dallo Stato italiano, scelgono altre vie e vanno all’estero, seguendo il flusso del cosiddetto turismo procreativo (tecnica peraltro vietata in base all’articolo 4 comma 3 della legge). Quelle più giovani, maggiormente a rischio di gravidanze plurime, scelgono cliniche straniere per congelare gli embrioni e per trasferirne uno o due per volta. Stessa scelta obbligata per le coppie fertili portatrici o affette da patologie genetiche che non possono accedere alla diagnosi di preimpianto, meno invasiva per la salute della donna rispetto alle indagini prenatali che hanno il medesimo intento di rilevare patologie trasmesse al nascituro. Ma per chi non si può permettere economicamente questi “viaggi” resta solo la legge 40, i cui risultati nefasti sono evidenti agli occhi di tutti. Tranne che dei tre governi che si sono succeduti nel corso di questi quattro lunghi anni.

Ora le vittime di questo obbrobrio legale hanno cominciato a giocarsi un’altra carta. Quella della denuncia della legge alla Commissione europea con l’obiettivo di ottenere da Bruxelles l’intimazione nei confronti dello Stato italiano a rivedere il testo di legge, pena l’apertura di un procedura d’infrazione. «Questa norma viola le leggi comunitarie sulla tutela della dignità umana, del diritto alla salute e dell’equità dei trattamenti sanitari che dovrebbero essere garantiti a tutti i cittadini europei indipendentemente dallo Stato di residenza o in cui si richiede la prestazione, ed esclude troppe categorie dall’accesso alle tecniche di fecondazione», spiega l’avvocato Filomena Gallo, presidente dell’associazione Amica cicogna onlus. Sono dieci, ma almeno altre 60 sono già in preparazione, le denunce arrivate in questi giorni a Bruxelles da parte di coppie “vittime” della legge 40. In questa iniziativa i pazienti hanno ottenuto il sostegno oltre che di Amica cicogna onlus, anche dell’Associazione Luca Coscioni e delle altre associazioni di sostegno, Cerco un bimbo, Unbambino.it, L’Altra cicogna onlus e Madre provetta onlus. «Questo è il segno – chiosa Filomena Gallo – che le coppie, i cittadini italiani, si sentono profondamente e intimamente violati nei propri diritti da una legge che mal si adatta alle evoluzioni scientifiche di questi anni, e che non sa rispondere alle necessità dei pazienti in difficoltà».

Left 22/2008

Annunci

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

Discussione

Non c'è ancora nessun commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

Aggiornamenti Twitter

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: