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Cultura migrante

Manu Chao senza confini

Il Clandestino rientra in Europa… di Federico Tulli

Dopo quasi un anno passato a tenere concerti, da Nord a Sud, per il continente americano, Manu Chao torna a esibirsi insieme ai Radio Bemba al di qua dell’Atlantico annunciando un tour francese a partire dal 29 maggio a Tolosa. In Sud America, oltre a improvvisare decine di concerti nelle zone più remote, Manu non ha rinunciato a sostenere con la propria musica diverse battaglie civili in difesa diritti dei più deboli. Come il caso della lotta che gli abitanti della zona di Cabo Polonio in Uruguay stanno conducendo da alcuni anni contro le autorità locali che pare abbiano venduto questo paradiso della biodiversità a immobiliaristi italiani, per la precisione liguri. I quali vorrebbero trasformare una striscia di costa incontaminata, in località di villeggiatura per super ricchi. La denuncia di Manu è arrivata anche su YouTube dove il suo video Sos Cabo Polonio è stato scaricato da migliaia di visitatori. A oggi la vicenda appare avvolta nel mistero, ignorata com’è da tutti i più importanti media sia del Nuovo che del Vecchio Continente. Eppure è come se qui da noi venisse denunciato il tentativo di vendita dell’isola di Budelli in Sardegna a qualche multinazionale del turismo. Chissà che il rientro in Europa del cantante – in Francia non si esibisce dal 2001 – non riesca a fare da cassa di risonanza proprio alle istanze del comitato di difesa di Cabo Polonio. Un rientro peraltro molto atteso se si pensa che molti fan avevano dato per certa la sua presenza in una session che si tiene a Tenerife in questi giorni. Ma per evitare una delusione di massa sul sito ufficiale del “super chango”, il super ragazzino, come lo chiamano in Sud America, è apparsa una smentita. Staremo a vedere. Certi rumors sul desaparecido della patchanka si sono spesso rivelati fondati. Quel che invece è certa è l’uscita prevista per il prossimo autunno del nuovo album registrato a Buenos Aires insieme ai pazienti della Colifata, un ospedale psichiatrico della capitale argentina. È un rapporto di lunga data quello tra Manu Chao e i “colifati”, molto seguiti in Sud America per aver creato Radio La Colifata che trasmette dall’ospedale. L’artista franco-spagnolo ha infatti già collaborato nel loro disco del 2003 La Colifata. Siempre fui loco, un cd frutto delle registrazioni effettuate dalla radio dell’ospedale in cui si mischiavano rumba catalana, reggae e un po’ di elettronica. Da quella prima collaborazione sono derivati due fantastici concerti nel novembre 2005 a Buenos Aires e Santa Fe in Argentina, il che lascia presagire la creazione di un nuovo disco all’altezza di Clandestino e La Radiolina. Speriamo solo che al contrario di quanto accaduto per La Colifata. Siempre fui loco sarà possibile acquistarelo anche al di fuori del Barrio Gotico di Barcellona e senza dover andare alla ricerca di personaggi ammanicati nei bar di plaza del Pì.


Left 13/2008

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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