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Ricerca scientifica

Il vaccino antiterrorismo

Sicuro, veloce da produrre in grande quantità e a basso costo. Ideale contro pandemie e bioterrorismo. Si può ottenere da cellule vegetali e di insetto. Ma le multinazionali biomediche non vogliono abbandonare le vecchie tecnologie di Federico Tulli

Pochi Paesi al mondo, forse al momento nessuno, sono pronti a gestire un’emergenza sanitaria derivante da un attentato terroristico con agenti biologici su larga scala o da una pandemia. Più delle strutture ospedaliere l’anello debole della risposta, anche nei Paesi sviluppati, è il vaccino da somministrare alle vittime. Vaccino che oltre a essere sicuro deve essere veloce da produrre in grande quantità e a poca spesa. Tutto il contrario di quelli comunemente in commercio i quali, ottenuti da uova di pollo, mammiferi o lievito, si basano su tecnologie vecchie anche di 50 anni, non sono completamente sicuri (specie quelli ottenuti dalle uova), e per grossi quantitativi richiedono tempi lunghi di produzione. Presto però le cose potrebbero cambiare e il rischio di collasso dei sistemi sanitari nazionali di fronte, per esempio, al propagarsi di una pandemia da aviaria o di infezione da antrace, potrebbe essere scongiurato da nuove tipologie di vaccini. Quelli prodotti tramite la modificazione genetica di insetti e piante. È la nuova frontiera della biomedicina mondiale, spiega di Rosella Franconi, biotecnologa vegetale del Centro ricerche Enea della Casaccia. «Sia le piante che gli insetti – precisa – rappresentano le nuove piattaforme tecnologiche di produzione dei vaccini. Messi a confronto con quelli tradizionali ottenuti da cellule di uovo o di mammifero, oppure dal lievito, questi prodotti presentano caratteristiche migliori: sono più sicuri, il rischio di infezione per l’uomo è limitato se non inesistente, e possono essere prodotti in grandi quantità in breve tempo e a bassi costi». Rispetto a quello da piante geneticamente modificate il sistema di produzione del baculovirus è in fase più avanzata. In sistemi derivati da insetti e piante sono state espresse sino a oggi più di 500 proteine diverse. Ma, mentre dalle cellule vegetali è stato prodotto e commercializzato finora solo un vaccino veterinario, ben quattro sono quelli ottenuti dai bachi, mentre sei antidoti per l’uomo sono in fase di sperimentazione avanzata. «I vaccini per l’uomo che si stanno producendo in cellule di insetto – spiega Franconi – sono contro l’influenza, il cancro della prostata, l’Hiv, la malaria, e il papilloma virus». E quello contro l’influenza potrebbe essere il primo prodotto da cellule di baco a essere messo in commercio. Inoltre, osserva la ricercatrice, «questo tipo di tecnica sembra la più indicata per sviluppare un vaccino veloce e più sicuro contro l’influenza aviaria». Un’eventuale epidemia ancora oggi verrebbe affrontata tramite la riproduzione del virus H5N1 nelle uova di pollo. Un metodo a forte rischio allergenico per l’uomo e che non garantisce la completa sicurezza. Inoltre il virus dell’aviaria uccide proprio gli embrioni di pollo. Senza contare la necessità di trovare in poco tempo un numero di uova sufficiente ad affrontare una pandemia. Al contrario, sottolinea la scienziata dell’Enea, la coltura in insetto, ma in questo caso anche quella in pianta, «è un vaccino ricombinante che usa solo la porzione antigenica, e rappresenta sicuramente un grosso vantaggio in termini di tempo di produzione. E probabilmente anche di costi». Soprattutto negli Stati Uniti, e dopo la distruzione delle Twin towers cui si sono susseguiti numerosi allarmi di attacchi terroristici “all’antrace”, alcune company hanno iniziato a lavorare alla produzione dei vaccini di nuova generazione. Mail turn over tecnologico in questo campo non è molto veloce perché le multinazionali farmaceutiche sono sempre restie ad abbandonare prodotti che in linea di massima ancora funzionano. Comunque sia, il governo Usa oltre a stanziare diversi milioni di dollari per fare ricerca e sviluppare i vaccini in pianta, per difendersi dal bioterrorismo ha messo in piedi una task force deputata a creare in poco tempo antidoti sicuri ed efficaci. Un esempio da seguire con attenzione anche al di qua dell’oceano Atlantico. Non tanto per combattere l’aviaria, che comunque appare costantemente sotto controllo, quanto per prevenire l’espandersi di patologie che non tanto raramente balzano agli onori delle cronache. Basta pensare ai recenti casi di meningite che si sono verificati in tutta Italia, ricorda Franconi: «Leggevo sul giornale che molte farmacie avevano una sola dose di vaccino contro il meningococco. In caso di pandemia – conclude la ricercatrice dell’Enea – potremmo permetterci una risposta del genere?»

Left 9/2008

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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