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Politiche sanitarie

La fabbrica dei bugiardini

Nel foglio illustrativo del Meropur, un farmaco contro la sterilità, manca l’indicazione  del rischio di patologie infettive. Dal 2006 le associazioni di pazienti chiedono di aggiornarlo. Ma l’Italia non riesce a ottenere il via libera dall’Agenzia europea di Federico Tulli

Bugiardino di nome e di fatto. È il foglietto illustrativo del Meropur, un farmaco a base di gonadotropine di derivazione umana, sostanze ad azione ormonale impiegate nelle tecniche di procreazione medicalmente assistita (Pma) con lo scopo di stimolare il più possibile l’ovaio a produrre i follicoli. Dal 2006, le associazioni italiane di pazienti con problemi di infertilità, sollecitando gli enti competenti – il ministero della Salute, l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), l’Istituto superiore di sanità (Iss) e l’Agenzia europea per i medicinali (Emea) – tentano inutilmente di farlo completare con la dicitura che avverte della possibilità per chi lo assume di contrarre patologie virali. Il caso è stato sollevato su iniziativa di Amica cicogna, Cerco un bimbo, Un bambino.it, L’altra cicogna, dopo che alcuni pazienti in terapia per la Pma hanno scoperto che il Meropur venduto in Francia (con il nome di Menopur) riporta l’avvertenza che invece manca nella confezione italiana. Anche se la letteratura non segnala alcun caso di infezione di patologie virali, per comprendere quanto sia importante la completezza delle informazioni, basti dire che Oltralpe a chi assume medicinali a base di gonadotropine di derivazione umana è vietato donare il sangue. «A luglio 2007, passato un anno dalla prima segnalazione al ministero della Salute – racconta l’avvocato Filomena Gallo, presidente di Amica cicogna -, ci siamo accorti che sul Meropur mancava ancora la preziosa avvertenza ai pazienti, che nel frattempo è stata inserita nel bugiardino di tutte le gonadotropine da urinari. Pertanto, come nel 2006 abbiamo segnalato l’anomalia al ministero e all’Aifa. Ma a oggi non è cambiato nulla, ed è l’unico bugiardino di farmaci della sua categoria venduti in Italia ancora incompleto». Dal canto suo l’Aifa ha dichiarato a left di aver «fatto tutto quello che doveva fare per aggiornare il bugiardino del Meropur». Il problema, spiega l’Agenzia del farmaco è che «non è una modifica che l’Italia può fare in autonomia, perché il medicinale, approvato in Danimarca, è stato adottato nel nostro Paese con la procedura del mutuo riconoscimento e quindi siamo vincolati alle decisioni del governo danese». In pratica, al danno si aggiunge la beffa, dato che questa procedura è considerata come una sorta di corsia preferenziale per raggiungere nuovi Stati quando un farmaco è già stato approvato da un’autorità competente di uno degli altri Paesi dell’Unione europea. Ma allora perché nel Meropur commercializzato in Francia l’avvertenza contro i potenziali rischi derivati da agenti infettivi è riportata? «Probabilmente – risponde l’Aifa – hanno adottato il farmaco con la procedura nazionale e non del mutuo riconoscimento. Comunque sia – conclude l’Agenzia del farmaco – abbiamo sollecitato due volte le autorità danesi e ci hanno risposto di essere in attesa della decisione dell’Emea». Da sette mesi. A quanto pare nulla può nemmeno l’Istituto superiore di sanità: «Abbiamo già espresso all’Aifa, dietro sua richiesta, un parere positivo riguardo l’opportunità di inserire nel cosiddetto bugiardino dei farmaci di derivazione umana utilizzati nella fecondazione assistita le avvertenze riferite agli eventuali potenziali rischi. Ci risulta, inoltre, che le nostre osservazioni sono state accolte dalle autorità regolatorie italiane e che ne siano state tratte a livello nazionale tutte le possibili dovute conseguenze». Il resto, cioè l’anomalo caso che riguarda il Meropur, conclude l’Iss «riguarda le procedure della registrazione dei farmaci e la modalità degli stampati, che non sono di nostra competenza». «Se c’è una regola che vale su tutti i farmaci di derivazione umana – replica Gallo – non ci spieghiamo come mai in tutto questo tempo ancora non si è pervenuti a una soluzione di questo problema. A nostro avviso – prosegue – l’Aifa dovrà risolvere immediatamente la questione senza aspettare ulteriori pareri dell’Emea. Che comunque si è già espressa quando è intervenuto il parere positivo dell’Iss. Ci aspettiamo un segnale del ministro della Salute nell’interesse della tutela della sicurezza di malati che, per la fecondazione assistita, sono già sottoposti a innumerevoli controindicazioni. Non è proprio il caso – conclude la presidente di Amica cicogna – di aggravarli di ulteriori disagi».

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Un farmaco di troppo

Il Meropur è entrato in commercio in Italia nel luglio 2006 ed è un farmaco simile al Menogon che però nelle avvertenze riporta la corretta informazione sui rischi di infezioni virali. Entrambi farmaci etici di classe A – possono cioè essere venduti solo dietro presentazione di ricetta medica, e possono essere dispensati in regime assistenziale dal Servizio sanitario nazionale – sono prodotti dalla stessa casa farmaceutica. Per tutti e due il principio attivo è la menotropina, ma il Meropur contiene meno residui umani (estratti da urine di donne in menopausa). Quest’ultimo costa 17 euro per unità, mentre il Menogon ne costa solo 5. Quindi i pazienti sterili che assumono il Meropur, che oltretutto è entrato in commercio successivamente al “gemello”, non solo costano di più alla Sanità, ma non ricevono corrette informazioni. In questo caso chi rischia insieme ai pazienti sono l’Aifa e il ministero della Salute, passibili di denuncia da parte dei cittadini per mancata informazione sui  pericoli legati all’assunzione del farmaco. Peraltro non si spiega come mai l’intera classe di gonadotropine da urinari sia ancora in commercio, visto che a disposizione dei pazienti che fanno la Pma ci sono farmaci sintetici che, essendo ricombinanti, non presentano il rischio di far contrarre patologie virali. Left 04/2008

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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