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Ricerca scientifica

Il tabacco salvavita

Con pochi fondi e senza ogm l’Enea a ottenuto un vaccino terapeutico contro il papilloma virus, che rappresenta la seconda causa di morte delle donne. Potrebbe ridare speranza a milioni di persone colpite dalla malattia, specialmente nel Terzo Mondo
di Federico Tulli

Il tabacco può contribuire a salvare la vita di decine di milioni di donne nel mondo colpite dal papilloma virus, il tumore della cervice uterina. Lo ha scoperto un’equipe di ricercatori italiani che, da piante di Nicotiana benthamiana appartenenti alla famiglia del tabacco, ha prodotto a basso costo un vaccino terapeutico in grado di eliminare il virus Hpv 16, il più aggressivo e frequente. La ricerca coinvolge dal 1999 il dipartimento Biotecnologie, agroindustria e protezione della salute del centro ricerche Casaccia dell’Enea, il laboratorio di Virologia dell’Istituto tumori del Regina Elena (Ire) di Roma e il Center for molecular biotechnology del Fraunhofer institute nel Delaware (Usa). «Ancora oggi il papilloma virus è la seconda causa di morte per cancro delle donne nel mondo, ma otto anni fa, grazie alla collaborazione del Regina Elena, siamo stati tra i primi a pensare alla produzione di “vaccini da pianta” contro questo virus», racconta a left la ricercatrice dell’Enea, Rosella Franconi. «Pensiamo che una volta avviata la fase clinica il vaccino immunoterapico contro il papilloma consentirà di curare le donne già infettate dal virus». Un traguardo che avrebbe notevoli ripercussioni di carattere socio-economico, specie nei Paesi in via di sviluppo. «Poiché l’Hpv riguarda l’80 per cento delle morti di donne in questi Paesi – spiega Franconi – volevamo tentare di produrlo in serra a basso costo. Per questo abbiamo puntato sull’utilizzo delle piante e, dopo alcuni tentativi, scartato quelle geneticamente modificate». Una decisione non di carattere etico, ma pratico, precisa la ricercatrice: «Lavorare su piante transgeniche richiede mesi, a volte anche anni, per arrivare alla linea omozigote che produce il livello di proteina necessaria, per cui è diventato sempre più difficile motivare le richieste di finanziamento. Il nostro sistema di produzione, che si chiama “transiente”, ci permette di ottenere in 15 giorni, e con poca spesa, la proteina richiesta».

Il basso costo, l’elevata efficacia
e la facilità di produzione e di utilizzo non sono gli unici aspetti positivi di questo tipo di ricerca, sottolinea la ricercatrice dell’Enea: «Il sistema transiente è assolutamente sicuro. Il virus X della patata usato per contaminare la pianta, provocare la reazione e ottenere la proteina necessaria alla produzione del vaccino non viene trasmesso attraverso gli insetti da pianta a pianta, come è invece il caso di altri virus dannosi per le piante, e soprattutto non è nocivo per l’uomo». Inoltre l’esperimento avviene in serra, in ambiente chiuso, la pianta non va mai a fiore e viene distrutta subito dopo l’esperimento. Al contrario, la dispersione del polline delle piante geneticamente modificate è un problema reale. «Specie nel caso delle piante utilizzate per la produzione di molecole farmaceutiche coltivate in campo, il rischio di contaminazione con la catena alimentare è alto, e non va sottovalutato», osserva Franconi. I test, fino a oggi effettuati solo sui topi, hanno mostrato un regressione sulla malattia anche nel 100 per cento dei casi, stimolando allo stesso tempo una reazione immunitaria dell’organismo contro le cellule tumorali. I primi risultati della ricerca sono stati pubblicati nel 2001 su Cancer research dall’Enea, insieme all’Istituto superiore di sanità e al Regina Elena. «Siamo stati i primi – ricorda Franconi – a dimostrare che un estratto di pianta somministrato ai topi era in grado di proteggerli dallo sviluppo dei tumori. E quelli che li sviluppavano lo facevano in forma minore. Quindi insieme agli altri due istituti abbiamo fatto un brevetto, che quest’anno è diventato europeo». Di fonte a questi risultati è comunque mancato l’interesse dell’industria farmaceutica italiana ed europea di andare oltre la fase sperimentale del vaccino vegetale. «È il motivo per cui abbiamo trovato la collaborazione del Fraunhofer institute», sottolinea la ricercatrice della Casaccia. Negli Usa, al contrario dell’Europa che oramai finanzia quasi esclusivamente la ricerca su ogm, gli studi su piante “tradizionali” sono più apprezzati. Per questo la ricerca sulla molecola migra Oltreoceano.

I tempi, però, sono molto lunghi:
per la fase clinica bisognerà aspettare anni, forse anche una decina, perché la sperimentazione sugli esseri umani richiede il superamento di altre due fasi. Nella prima andrà verificata la tossicità del farmaco su persone sane, e nella seconda, quella più delicata, il vaccino verrà somministrato a persone malate. Per comprendere quanto sia importante la produzione di un vaccino immunoterapico basti pensare ai limiti del vaccino preventivo. In Italia sarà somministrato per la prima volta da gennaio 2008 a tutte le donne sotto i 12 anni. «È certamente un traguardo notevole, perché eviterà a centinaia di migliaia di donne di contrarre l’infezione – osserva Franconi -, ma questa profilassi non risolve i guai alle ragazzine con più di 12 anni, men che meno alle donne già infettate». Pertanto, se la vaccinazione prenderà piede come sembra – il nostro è l’85 esimo Paese nel mondo che l’adotta – possiamo dire che tra 50 anni l’Hpv almeno nei Paesi sviluppati sarà debellato. Ma nel frattempo cosa succederà alle donne già colpite dal papilloma virus, considerando che solo quelle di età compresa tra i 45 e 55 anni sono dieci su 100 mila? «Nel 95 per cento dei casi il sistema immunitario favorisce la guarigione – conclude la scienziata dell’Enea – mentre per il 5 per cento, che nel mondo significa almeno 20 milioni di donne, senza vaccino terapeutico non c’è via di scampo».

Left 50/2007

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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