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Politiche sanitarie

L’uomo inamovibile

Quando in Italia si parla di ricerca scientifica, da qualche anno, l’uomo giusto nel posto giu­sto deve essere sempre di Scienza e vita. Così è ancora Enrico Garaci, confermato per la terza volta, e da due go­verni diversi, presidente dell’Istituto superiore di sanità, a smistare i finanziamenti pubblici alla ricerca scientifi­ca in campo medico. Una no­mina contestata, sia dall’elite scientifica sia da esponenti del centrosinistra, con i radi­cali in prima linea. Avanguardia di questa prima linea è la deputata della Rosa nel pugno Donatella Poretti che negli ultimi mesi ha presen­tato tre interrogazioni parla­mentari al ministro della Sa­lute LiviaTurco per sapere che fine hanno fatto e a chi è stata assegnata la decina di milioni di euro perla ricerca scientifica tra il 2001 (dall’allora governo Berlusconi) e il 2007. Tanti soldi, la cui desti­nazione non è stata mai del tutto chiarita dallo stesso Ga­raci incaricato di gestirli.

Onorevole Poretti, come mai bisogna fare tre interroga­zioni per sapere che uso vie­ne fatto del denaro pubblico per la ricerca in Italia?

In realtà solo le prime due in­terrogazioni riguardavano i 7,5 milioni di euro della ge­stione Garaci nell’era Berlu­sconi. Dalle risposte si è per­cepito che sono stati distri­buiti in maniera abbastanza maldestra. Garaci ci ha ri­sposto di telefonare all’Iss se vogliamo sapere chi ha vinto quei bandi. Tradotto: “Non ho intenzione di rispondere”. Fatto sta che sui siti web del ministero e dell’Istituto non c’è più traccia dei bandi. La terza interpellanza, del 13 novembre, invece, fa seguito a una lettera del 10 novem­bre al ministro Turco in cui Elena Cattaneo, Paolo Bian­co e Ranieri Cancedda, illu­stri ricercatori a livello mon­diale nel campo delle stami­nali embrionali, hanno de­nunciato che «circostanze che destano grande preoccu­pazione» fanno capire che i fondi della Finanziaria 2007 per la ricerca sulle staminali, circa due milioni di euro, so­no già stati erogati senza l’e­missione di alcun bando pubblico e solo a chi si occu­pa di staminali adulte.

La lettera al ministro è arriva­ta dopo che a settembre scor­so Garaci aveva risposto pic­che alle stesse istanze dei tre ricercatori, come anticipato dal numero 40 di Left. Mistero sui destinatari dei soldi, si ri­pete la storia pure con un ministro del centrosinistra?

Anche se non ho ancora otte­nuto risposta (mentre andia­mo in stampa Poretti ci dice che forse la Turco risponderà giovedì 22, ndr) c’è già stata una piccola anticipazione. I fondi del 2007 non sono an­cora stati assegnati, però in qualche modo c’era un pro­getto in cui i nomi erano stati già decisi. Lo stesso Angelo Vescovi ha detto che lui avrebbe ricevuto dei soldi.

Le mail a Garaci e la lettera al ministro di Cattaneo, Bianco e Cancedda, non erano dunque campate in aria?

Non lo erano. Una confer­ma, oltre che da Vescovi, ar­riva da voci interne all’Iss, dove si sapeva che era così.

C’è qualcosa di positivo in tut­ta questa vicenda?

Aver denunciato queste voci prima che i fondi venissero ufficialmente assegnati, po­trebbe contribuire a rendere la procedura più trasparente. Lo stesso Garaci ha detto che presto verrà emesso un ban­do. Vedremo se alle parole seguiranno i fatti.

Saldo in sella il presidente dell’Iss, nonostante la bocciatu­ra subita al Senato prima della sua rielezione.

Vedremo. È stato affiancato da Monica Pezzoni, sottose­gretario di Rosy Bindi quan­do era alla Sanità e braccio destro della Turco. Per inciso va detto che la Pezzoni è fini­ta al posto dell’ex direttore generale dell’Iss, Sergio Li­cheri, licenziato da Garaci dopo aver denunciato alla magistratura la malagestione dei 7,5 milioni del 2001. Secondo Li­cheri, quei soldi sarebbero passati per un conto corrente bancario “esterno” all’Iss, e inizial­mente sarebbero stati addirittura dieci milioni».

Left 47/2008 ** Federico Tulli

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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