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politica

Sinistra, egemonia cercasi

gramsIntervista ad Alberto Burgio di Federico Tulli

“Il pensiero di Antonio Gramsci è linfa per la riflessione politica ribelle alle parole d’ordine del Pd”

Il pensiero di Antonio Gramsci è linfa per la riflessione politica ribelle alle parole d’ordine del Pd Convegni, una ridda di uscite librarie. Mostre e perfino spettacoli teatrali. Anche questo settimo decennale della morte di Gramsci non ha mancato di essere un’occasione di riscoperta della vitalità e modernità del suo pensiero. Ma è anche vero che , di decennale in decennale, come è stato notato, si è letto di tutto, arrivando perfino a parlare di un Gramsci liberale e“teorico della buona globalizzazione”. Per arrivare poi, sulla strada del gossip storico-politico, a fantasticare di un complotto assassino ordito contro di lui dai suoi compagni. Per fare il punto abbiamo sentito il deputato del Prc Alberto Burgio, docente di storia della filosofia moderna all’Università di Bologna e attento studioso di Gramsci. Il suo ultimo libro Per Gramsci. Crisi e potenza del moderno è da poco uscito per i tipi di Derive e Approdi.

Professor Burgio, quest’anno il varo dell’edizione nazionale delle opere di Gramsci, ma anche tanta agiografia e letture strumentali?

A dispetto della marginalità che il pensiero di Gramsci ha oggi nella realtà della politica, (diversamente da quel che accadeva negli anni 70 all’indomani dell’edizione di Gerratana) c’è stata attenzione, sforzo di approfondimento critico, nuovi libri, questa edizione nazionale. Poteva essere l’occasione per suonare la gran cassa del revisionismo storico, ma non è stata. Anche se c’è chi ci ha provato.

Fra le molte uscite librarie c’è un titolo che le è sembrato utile, interessante?

Per esempio il libro di Raul Modenti, Gramsci e la rivoluzione necessaria (Editori Riuniti). L’ho trovato stimolante. Fa un uso del testo molto diverso dal mio, anche per costume di lavoro, ma ne ho tratto giovamento. Non posso dire la stessa cosa di altri libri che preferisco non nominare. Sarebbe una pubblicità negativa e è vietata dalla legge. Mordenti parla di Gramsci come fondatore di un’antropologia filosofica originale rispetto alla tradizione del Logos Occidentale.

Cosa ne pensa?

Il tema dell’antropologia filosofica e politica era molto sentito negli anni dopo la Rivoluzione di ottobre. C’era davvero la speranza che una rivoluzione con quelle ambizioni potesse dare luogo a una storia nuova della civiltà, aprire all’uomo nuovo. Ma questo tema non era esclusivo dei comunisti e del movimento operaio. In quell’epoca l’uomo nuovo era anche una fissazione delle destre. Insomma io dico ci sono in Gramsci un pathos della palingenesi e l’idea della politica come strumento di grandi trasformazioni. Ma ci sono come eco non qualificante della cultura di quegli anni. Il mio Gramsci non è quello in cui questo specifico pathos è un tratto saliente. Ma va detto che l’uomo nuovo della destra era ben altra cosa: era per distruzione e annullamento dell’altro. Ma diamine! Quello che volevo dire, per fare un altro esempio, è che per in tutta la discussione politica dagli anni Dieci e ancora negli anni Venti e Trenta, il “pathos della decisione” è avvertito da tutta la cultura, particolarmente da quella degli estremi opposti. Ma ovviamente il contenuto della decisione, persino la forma, erano con cepiti in termini assolutamente diversi. Nel suo libro dedica un capitolo al tema dell’egmonia.

Quanto è stata sviluppata?

Logo of Gramscian Net, image of Gramsci by Serena Zanardo

Logo of Gramscian Net, image of Gramsci by Serena Zanardo

Credo che sull’egemonia si sia lavorato male. La si è impiegata in una cornice semplificata e riduttiva. Intendendo per egemonia la lotta fra le ideologie. E di riduzione in riduzione si è arrivati a dire che funzionari dell’egemonia non sono gli intellettuali in senso gramsciano ma gli intellettuali in senso proprio. Dunque l’egemonia è stata ridotta a una specifica figura della produzione culturale. Io credo, invece, che in Gramsci ci sia ben altro: intuisce che a produrre ideologia e quindi a produrre senso comune, modelli, riferimenti, senso comune, mentalità, sono tutti gli ambiti della relazione sociale, compreso il processo di produzione. Non lo si è inteso. Questo è il punto.

Ma anche l’accezione “restrittiva” di egemonia non pare essere stata realizzata dalla sinistra…

Ha ragione da vendere. E penso che questa mancata lotta per l’egemonia sia dovuta alla debolezza e alla subalternità ideologica dei gruppi dirigenti. Un fatto che si è verificato in tutto l’Occidente dalla metà degli anni Settanta in poi, fino agli anni Novanta. E non parlo solo dei partiti e dei sindacati ma dell’intelligenza diffusa.

Nel panorama politico, con la nascita del Pd, come vede declinata la figura gramsciana dell’intellettuale organico?

Il Pd gli intellettuali organici ce li ha, eccome. In questi giorni stiamo parlando di sicurezza e di razzismo e ci rendiamo conto di quanto sia grande la responsabilità di quella tipologia di intellettuale organico. Quello che è successo in questi giorni è spaventoso. Il dolore e il dispiacere per questa donna violentata e uccisa è fuori discussione. Ma ci sono tante altre cose di cui non si parla. Le donne che vengono uccise stuprate in famiglia, per esempio. La morte di Giovanna Reggiani ha determinato le decisioni del Consiglio dei ministri. La ragazza straniera uccisa a Perugia no. Qualcuno celebra Sergio Romano e Barbara Spinelli. Per fortuna qualche voce fuori dal coro c’è. Ma quello che conta sono i telegiornali. E i media in questi giorni trasmettono dei messaggi precisi. Scritti da intellettuali organici del Pd e della destra. Purtroppo i messaggi si omologano. C’è stata una comunità di intenti fra Veltroni e Fini che ci terrorizza L’editorialista di punta di Repubblica, Eugenio Scalfari, ha intitolato il suo pezzo Tolleranza zero. Non è affatto causuale. Vengono introiettate e fatte proprie delle parole d’ordine che hanno inondato in realtà la politica del neoliberalismo. E fra la repressione e il cosiddetto Stato minimo c’è un nesso strettissimo. Quanto più riduci i sistemi di sicurezza sociale tanto più devi incrementare gli elementi di repressione. Tolleranza zero e neoliberismo sono dentro un endiadi.

Gramsci in Socialismo e cultura proponeva un’idea di cultura come critica, perché la sinistra non riesce a incidere?

Io credo in realtà che ci siano buone riflessioni critiche. Purtroppo noi siamo marginali. Dipende anche dal fatto che abbiamo alle spalle una sconfitta storica, che ancora non è finita. Da venticinque anni in qua abbiamo seguitato a perdere posizioni, non solo posizioni di potere, ma anche posizioni dalle quali riuscire a raggiungere con un discorso, con un dibattito, con la produzione di proposte la gente. Per sostenere un sistema di valori di riferimento, per dettare un’agenda, riuscire a fare argine contro un imbarbarimento incombente. Una volta accadeva, oggi siamo assolutamente emarginati, poco efficaci. Salvo che in alcuni casi importanti.

La piazza del 20 ottobre è una di queste?

Esattamente. È stata una di quei momenti in cui si è riusciti a riprendere questo contatto a trovare le parole che ricostruiscono una comunità politica. left 45/2007 del 9 novembre

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
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