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Diritti umani

Decreto bluff

Demagogia e trucchi per recuperare consensi di un esecutivo in difficoltà sui temi socio-economici. Sulla pelle degli immigrati. E delle donne di Federico Tulli

«Non è in discussione l’estrema gravità di quanto accaduto a Roma, tanto meno la ferocia gratuita dell’uccisione di una donna. Ciò che preoccupa è che la legittima esigenza di giustizia sia stata occultata da una campagna contro i cittadini rumeni. E questo ha ben poco a che vedere con la vicenda di Tor di Quinto». Così si legge nella lettera aperta ai prefetti della Toscana di otto esponenti del centrosinistra, tra cui Mercedes Frias (Rc-Se), Tana De Zulueta (Verdi) e Marisa Nicchi (Sd). «Con un gioco di prestigio – scrivono – la politica e i media hanno trasformato un singolo caso di violenza in un atto di accusa contro un popolo intero». Nessun Paese dell’Ue può identificare un altro Stato come fattore di criminalità, così invece accade con il “decreto flussi” varato dal governo, «peraltro senza fondamento nella costituzione e nei trattati europei», sostiene De Zulueta. La vera emergenza immigrazione comincia ora, con questo «scellerato decreto », spiega la deputata dei Verdi. «Basta ascoltare la compostezza della sorella della donna uccisa per comprendere che la risposta al terribile delitto è stata sbagliata e pericolosa come lo è qualsiasi uso delle leggi al solo scopo declamatorio». Un’operazione senza precedenti nell’Ue, prosegue De Zulueta, «e che ha già dato pastura a veri e propri pogrom. Come a Roma – conclude -, dove tre persone sono state aggredite per la sola colpa di essere uomini rumeni che andavano a fare la spesa». Il “decreto flussi” rivela come per il governo il problema non sia che una donna è stata rapita, torturata e uccisa, ma la nazionalità dell’aggressore. Spiega Mercedes Frias: «È questo che ha fatto la differenza e come donna mi sento profondamente lesa. Tra l’altro se uno Stato reagisce come spinto dal bisogno di vendicarsi, succede che chi non aspetta altro si senta legittimato a farlo. Mi colpisce, pertanto -conclude la parlamentare di Rifondazione -, che sia stato approvato all’unanimità». «Una parte consistente del centro sinistra ha sdoganato il razzismo decidendo di fare una campagna di acquisizione del consenso sulla pelle degli immigrati». Non usa mezzi termini Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell’Arci nel sottolineare che, nonostante le nostre città siano tra le più sicure al mondo, si è sviluppata una sensazione di vulnerabilità legata sempre e solo alla presenza di immigrati. «Così succede che vedi un cittadino dell’est ubriaco sotto casa e ti viene paura – conclude Miraglia -, paura che non scatta quando si sale in auto, nonostante migliaia di persone muoiano in incidenti causati da chi guida in stato di ebbrezza». «Il governo sta adottando una politica sull’immigrazione che nessun esecutivo di centrodestra ha mai avuto il coraggio di fare». Commenta a sua volta Giuseppe Faso, il direttore scientifico di Africa insieme e autore de Le parole che escludono (edito da Arci report). «È antirazzismo accreditato, cioè finto, quello dei politici che parlano del razzismo come se fosse un fenomeno naturale. Così, da un lato la questione dei flussi migratori non viene mai affrontata in termini sociali, dall’altro sempre meno persone si chiedono come il razzismo nasca e si sviluppi. In questo loop s’inserisce, secondo Faso, il crescendo di propaganda xenofoba di cui alcuni politici e giornali “democratici” sono stati assoluti protagonisti negli ultimi mesi. «Condivido la tesi di Ulrich Beck che punta il dito contro il ruolo delle istituzioni nella “costruzione” quotidiana del razzismo». Precisa lo studioso: «Uno Stato sempre più in difficoltà dal punto di vista economico-sociale crede di recuperare consenso promettendo sicurezza a buon mercato, facendo leva sull’equazione microcriminalità-immigrazione». Un calcolo che si porta appresso il grave problema sollevato da Sergio Romano sul Corriere, conclude Faso: «Nel consiglio dei ministri, invece di accelerare l’iter della legge sulla violenza contro le donne, si sono adoperati a spettacolarizzare la presunta criminalità di un intero popolo».

Left 45/2007

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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