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Economia canaglia

Ortofrutta, Antitrust: prezzi alle stelle, il mercato non funziona

La struttura della produzione e della distribuzione ortofrutticola italiana deve rinnovarsi per evitare che i troppi attori in campo a l’eccesso di micromercati facciano lievitare i prezzi ai consumatori finali in misura anomala rispetto a quanto accade in altri paesi europei. È il principale risultato dell’indagine conoscitiva appena conclusa svolta dall’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm). L’indagine svolta dall’Autorità Antitrust sulla distribuzione dei prodotti agroalimentari ha analizzato la struttura e il funzionamento della filiera ortofrutticola, consentendo di testare alcune ipotesi interpretative delle inefficienze del settore, che sono risultate convalidate sia dalle elaborazioni di dati di filiera raccolti mediante un’indagine campionaria ad hoc, realizzata con la collaborazione del Nucleo Speciale Tutela Mercati della Guardia di Finanza, sia dalle audizioni svolte e dalle richieste di informazioni inviate ai principali soggetti interessati. Un primo e fondamentale elemento in grado di incrementare l’efficienza del settore, e di aumentare il benessere dei consumatori finali attraverso la riduzione dei prezzi al consumo secondo l’Agcm si ravvisa nella necessità di facilitare il processo di accorciamento della filiera distributiva che spesso porta a ricarichi di prezzo anche del 300 per cento. In pratica, produttore e punto vendita sono separati da troppe fasi intermedie. Al riguardo un ruolo importante potrebbe essere svolto da quelli che erano, sino a qualche decennio or sono, i mercati generali all’ingrosso, trasformati in più moderni ed efficienti centri agroalimentari. In tale prospettiva la Grande distribuzione organizzata (Gdo), in virtù delle proprie specifiche caratteristiche organizzative, potrebbe assumere un ruolo decisivo nell’incrementare l’efficienza dell’intera filiera distributiva. Al contrario, i tradizionali negozi di frutta e verdura e gli alimentari despecializzati appaiono poco idonei ad affrontare qualsiasi tipo di innovazione. Mentre i mercati rionali e gli ambulanti possono continuare invece a svolgere un ruolo rilevante di stimolo al contenimento dei costi della distribuzione di ortofrutta, soprattutto per quei prodotti caratterizzati da forte instabilità degli andamenti produttivi e dei prezzi, per i quali tali operatori riescono a sfruttare a proprio vantaggio la frammentarietà e la volatilità del mercato.

Per quanto riguarda l’offerta di prodotti agroalimentari l’Agcm suggerisce di ovviare alla elevata frammentarietà della produzione con processi che tendano sia ad aumentare il grado di concentrazione produttiva, sia, soprattutto, a migliorare il livello e la qualità dell’organizzazione commerciale, anche attraverso l’incentivazione di forme consortili e associative di aggregazione dei produttori. Un mossa che può risultare salutare anche in termini di sviluppo della concorrenza e di benefici per i consumatori. A questo proposito, in virtù della centralità del ruolo che la Gdo è in grado di svolgere nel processo di accorciamento della catena distributiva, con conseguente miglioramento dell’efficienza della filiera, appare necessario garantire il mantenimento di un sufficiente grado di concorrenzialità del contesto nel quale si confrontano a valle le singole imprese della Gdo. A tal fine, l’Autorità sottolinea che continuerà nella sua azione di monitoraggio di tutti i fenomeni che possono, in prospettiva, indebolire la competitività tra catene di distributori. Come i fenomeni aggregativi delle centrali di acquisto o la crescita dei gruppi mediante legami di tipo “non strutturale” con i concorrenti, che avviene spesso per affiliazione e associazione. Da eliminare, secondo l’Agcm, anche le barriere amministrative all’entrata rappresentate dall’interpretazione in molti casi restrittiva che le Regioni hanno dato alla disciplina del commercio, le pratiche di scambi di informazioni, nonché l’eccessiva concentrazione dei mercati locali. In particolare, è auspicabile un riesame, da parte delle Regioni, delle leggi applicative della disciplina nazionale in materia di distribuzione commerciale. Un capitolo a parte è dedicato dall’Authority per la concorrenza alle Organizzazioni di produttori (Op). In particolare, tenuto conto delle recenti iniziative della Commissione europea in materia di organizzazioni di produttori, l’Autorità ritiene che le nuove normative debbano essere recepite nell’ordinamento nazionale tenendo in considerazione l’esigenza che l’aggregazione dell’offerta non si limiti alla mera sommatoria dei produttori esistenti – con il rischio di una eccessiva burocratizzazione delle strutture così create – ma sia invece in grado di stimolare, attraverso la concentrazione degli operatori, un processo selettivo delle imprese più efficienti. A tal fine, i finanziamenti concessi alle Op dovrebbero risultare commisurati alla quantità e qualità delle funzioni e dei servizi effettivamente svolti da tali organizzazioni. Inoltre, la normativa non dovrebbe essere influenzata da obiettivi di tipo programmatorio, i quali tendono necessariamente ad irrigidire l’offerta alla sua situazione attuale.

Infine, l’analisi dell’Agcm ha evidenziato l’esigenza di favorire il processo di valorizzazione e riqualificazione del ruolo dei nuovi “centri agroalimentari” presenti sul territorio, per trasformarli in veri e propri centri unificati di servizi in grado di accentrare tutti i servizi di valorizzazione del prodotto (dal supporto logistico al trasporto) necessari alla vendita. La conclusione dell’indagine dell’Authority è dedicata alla necessità di collegare in rete i centri agroalimentari per avviare la nascita di una vera e propria borsa merci dell’ortofrutta nel nostro paese. L’Autorità sostiene infatti che andrebbero rafforzati i collegamenti, sia di tipo funzionale sia telematico, tra i diversi centri agroalimentari, al fine di consentire ai grandi operatori una sorta di arbitraggio tra i mercati stessi, e favorire in tal modo una maggiore trasparenza e stabilizzazione delle condizioni di prezzo. In tal senso, suggerisce l’Agcm, potrebbe verificarsi la fattibilità di sistemi di vendita telematica che utilizzino in tempo reale le informazioni sui prezzi e sulle disponibilità di prodotto, sino ad arrivare alla costituzione di una borsa merci che consenta agli operatori di acquistare, tagliando al minimo i costi di ricerca, dove e quando essi trovino maggiore convenienza. Da questo punto di vista, la recente esperienza del Consorzio Infomercati, e del relativo progetto di codifica unificata dei prodotti sui vari mercati all’ingrosso, conclude il Garante della concorrenza, pare andare nella direzione auspicata.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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