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Economia canaglia

Acqua in bottiglia, un affare poco limpido

“Il mercato dell’acqua in bottiglia è regolato da norme molto blande e chi dovrebbe garantirne il controllo, cioè lo Stato, non sempre ci mette l’impegno necessario. In più il marketing dei produttori privati è sempre più abile a far credere ai consumatori che l’acqua minerale in bottiglia sia migliore e più naturale di quella del rubinetto”. Spiega così al VELINO il presidente del Comitato internazionale per il contratto mondiale dell’acqua e consigliere per la scienza e la tecnologia alla Commissione europea, Riccardo Petrella, “l’inquietante fenomeno che ha trasformato l’Italia, tra i paesi con il patrimonio idrico potabile più ampio, diversificato e pregiato, in uno dei maggiori mercati mondiali di acqua in bottiglia”. Acqua, cioè, che invece di sgorgare dal rubinetto al costo di pochi centesimi al litro, “finisce in contenitori di plastica Pet rivenduta a prezzi anche 1000 volte maggiori del suo costo alla fonte”. In Italia le acque minerali e le acque di sorgente sono un bene comune e fanno parte del demanio pubblico. Il commercio in bottiglia è permesso dalle concessioni rilasciate dalle Regioni alle aziende private a prezzi scandalosamente bassi. Sono infatti compresi, secondo quanto stabilito dalla Conferenza delle Regioni dello scorso novembre, tra uno e 2,50 euro ogni mille litri imbottigliati dal produttore. A questo costo va aggiunto il canone superficiario per ettaro (che parte da 30 euro) relativo allo sfruttamento della fonte. Per fare un esempio, per una catena d’imbottigliamento di medie dimensioni che si aggira intorno ai 150 ettari l’azienda privata paga di concessione tra i 4500 e i novemila euro l’anno. Cifre irrisorie che quindi non aiutano a comprendere come mai i governi regionali rinuncino con tanta facilità al guadagno che potrebbe derivare dalle concessioni sull’acqua minerale in bottiglia. Tanto più che 60 italiani su 100 la considera “più salutare e buona di quella del rubinetto”. La spiegazione è semplice, rivela Petrella: “L’acqua di rubinetto genera all’erario flussi di cassa irrisori se confrontati al gettito Iva al 20 per cento applicato alle bottigliette commercializzate dalle multinazionali. E allora si tiene basso il prezzo delle concessioni per non correre il rischio di vedere inaridita la vena di una miniera d’oro di cui non si vede il fondo costituita dai milioni di cittadini che devono in bottiglia la stessa acqua che potrebbe uscire dal rubinetto”.

Tutto ciò però ancora non fornisce la spiegazione completa dello sviluppo esponenziale del mercato italiano delle acque imbottigliate avvenuto negli ultimi anni. “Il problema è di natura culturale oltre che politica”, osserva al VELINO Petrella. “È scesa in campo l’abilità del marketing di multinazionali del calibro di Coca Cola, Danone e Nestlè che da sole controllano quasi tutto il commercio mondiale di acqua in bottiglia”. Difatti, facendo leva sul comune interesse con lo Stato che la gente beva sempre più dalla bottiglia e sempre meno dal rubinetto, le battenti campagne pubblicitarie di queste grandi aziende sono riuscite a capovolgere la realtà. “Per definizione, infatti, l’acqua minerale alla fonte non è potabile”, prosegue il consigliere per la scienza e la tecnologia alla Commissione europea. “Secondo le norme italiane per essere potabile un’acqua deve essere trattata, cioè purificata da una serie di elementi oligominerali che in certe quantità sono nocivi. Cosa che avviene con regolarità per l’acqua che arriva a sgorgare dal rubinetto. Mentre lo stesso non si può dire delle acque dette ‘naturali minerali messe in bottiglia’. Perché devono essere subito imbottigliate alla sorgente, dove infatti sono sottoposte a controlli e trattamenti a campione. Pertanto, sempre secondo le stesse norme, le minerali in Pet potrebbero rispondere solo a consumi ‘parziali temporanei e non sistematici’. “L’esatto opposto cioè – conclude Petrella – di quanto avviene da diversi anni in Italia, dove l’uso di tale acqua è oramai equiparato a quella di rubinetto essendo ‘frequente continuo e regolare’, come dimostrano gli strabilianti fatturati delle multinazionali delle bollicine”.

Di diverso avviso è Elisabetta Sanzini, ricercatrice del centro nazionale per la qualità degli alimenti e per i rischi alimentari dell’Istituto superiore di sanità (Iss): “La legge è chiara a riguardo, le acque minerali in bottiglia e la comune acqua di rubinetto devono rispettare gli stessi valori per quanto riguarda la presenza di arsenico nelle acque. L’acqua destinata a imbottigliamento è soggetta a controlli annuali da parte delle aziende di imbottigliamento e, con maggiore frequenza, dagli enti regionali preposti. Se qualche valore supera il limite previsto dalla legge viene richiesta una revisione al ministero della Salute da svolgere presso l’Istituto superiore di Sanità”. Sono tre anni che non vengono richieste revisioni. Questo, secondo Sanzini, va letto come il segnale che i valori sono nella norma. “La differenza maggiore tra le acque minerali in bottiglia e le acque potabili è la costanza dei valori delle prime contro la variabilità delle seconde. Non credo – prosegue – si possa affermare che la prima è migliore della seconda, dipende dalle zone”. È importante però precisare che l’acqua corrente di rubinetto subisce dei processi di potabilizzazione attraverso clorazione annuale. Questo è un procedimento che necessita controlli perché non si ecceda nelle dosi. “In Italia – conclude la ricercatrice dell’Iss – non ci sono acque che subiscono un processo di ionizzazione, quindi lontano anche il pericolo di presenza di sostanze provocate da tale procedimento come il bromato”. Sulla questione è intervenuto anche Andrea Ghiselli, ricercatore dell’Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione (Inran) che racconta al VELINO: “L’acqua del rubinetto è migliore di quella in bottiglia. Fino a pochi anni fa le percentuali di metalli come il cadmio e il nichel erano ammesse, per le acque in bottiglia, in misura maggiore perché un’acqua di rubinetto potesse essere definita potabile. Oggi i valori sono stati equiparati ma ci sono due fattori importanti da valutare. Il primo è che l’acqua imbottigliata rimane per un tempo indefinito nei contenitori di plastica (Pet). Durante il trasporto o la giacenza nei magazzini corre il rischio di raggiungere alte temperature, soprattutto in estate. Il secondo fattore è sicuramente che le acque minerali in bottiglia sono a basso contenuto di calcio, esattamente il contrario delle acque di rubinetto. Il calcio è uno di quegli elementi di cui è molto difficile coprire il fabbisogno giornaliero con la dieta”.

La questione dello sfruttamento delle falde acquifere a scopi commerciali non è fonte di dibattito solo in termini di rischio per la salute dei consumatori. In questi giorni di progressivo aumento della temperatura da più parti si sono levati allarmi siccità che riguardano direttamente i siti dove le concessioni di sfruttamento per l’imbottigliamento affiancano il prelievo di acqua per usi civili. Il segretario confederale della Uil, Paolo Carcassi, ha chiesto un intervento del governo, per la mancata attuazione della direttiva quadro sulle Acque 2000/60. “Il cambiamento climatico – ha detto Carcassi – sta portando alla siccità e a fasi sempre più accelerate. Oltre a intervenire sugli elementi che producono l’effetto serra, va compiuta un’attenta analisi per preservare la risorsa naturale acqua. Prima che l’acqua arrivi ai rubinetti, alle colture o alla produzione di energia, si sottovaluta tutta l’azione di regolazione e di tutela a monte della riserva acqua. L’Italia – precisa Carcassi – è il fanalino di coda dell’Europa nell’attuazione della direttiva quadro sulle Acque 2000/60 su cui gli altri paesi, a sei anni dall’adozione, sono notevolmente avanti. Ci sono responsabilità precise sulla mancata attuazione della direttiva a cui il governo, se vuole realmente intervenire, deve dare concrete risposte. Non sappiamo, ancora oggi, in sostanza chi utilizza l’acqua e per che cosa, né se si hanno prelievi superiori all’equilibrio consentito. Non abbiamo un quadro di regolamentazione che preveda i bacini idrografici e i distretti di gestione, che assicuri l’obiettivo europeo di mantenere e migliorare l’ambiente acquatico del nostro Paese. Su questi temi il governo è prioritariamente chiamato a intervenire”.

L’allarme lanciato da Carcassi, che si aggiunge all’analisi di Petrella e Ghiselli, trova concreti riscontri in quanto sta accadendo da alcuni mesi in Umbria. Dove una delibera della giunta regionale a maggioranza di centro sinistra ha accordato alla multinazionale delle acque minerali Rocchetta-Idrea il permesso di aumentare di oltre il 30 per cento il prelievo di acqua da imbottigliare dal Rio Fergia al costo di una lira del vecchio conio ogni metro cubo (mille litri). Una misura che sarà attuabile solo interrompendo la fornitura di acqua a 245 famiglie di due frazioni del comune di Gualdo Tadino, Boschetto e Gaifana. Secondo il presidente del Comitato di difesa del Rio Fergia, Sauro Vitali, la giunta umbra non ha tenuto conto di nessuna delle innumerevoli relazioni di esperti ideologici e ambientali presentate negli anni scorsi in merito alla “tenuta” dell’intero bacino idrico che fa capo al Rio Fergia: “Studi separati delle Università di Roma e Perugia e dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente sono stati chiarissimi al riguardo: il Rio Fergia è ‘stressatissimo’”. Nel senso che l’aumento di prelievo, oltre gli attuali 28 litri al secondo (20 destinati a Nocera e otto a Gualdo), già concessi a Rocchetta secondo il limite stabilito nel 1993 nel protocollo d’intesa – sottoscritto dalla Regione Umbria, dai comuni di Gualdo e Nocera e dal Comitato – arrecherebbe danni irreversibili al Rio, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. Rocchetta, ricordiamo, è controllata, insieme con Idrea, dalla Compagnia generale di distribuzione, a sua volta di proprietà della finanziaria olandese, la Chesnut Bv, che, per concludere il giro e ritornare in patria, fa riferimento a una famiglia italiana, la De Simone Niquesa. In pratica, osserva Vitali, “nonostante la Regione sapesse che non c’è acqua a sufficienza per soddisfare gli scopi commerciali di Idrea, ha deciso ugualmente di ricavarla dagli otto litri che spettano a Gualdo, lasciando a secco 245 utenze di Boschetto e Gaifana”. Inoltre, prosegue il presidente del Comitato del Rio Fergia, “dalla nostra parte e contro la decisione della Giunta c’è anche la legge 152/99”. Questa esclude, contrariamente a quanto è stato accordato a Idrea, la possibilità di escavazione di pozzi laddove già esistono approvvigionamenti di acqua da fonte per uso civile. La ratio della norma è semplice, spiega il presidente del Comitato: “Con la falda già stressata un’autorizzazione al prelievo sistematico garantito dalla trivellazione industriale rischia non solo di causare prosciugamento in poco tempo, ma anche un pericoloso dissesto idrogeologico”.

La decisione della Giunta, approvata il 27 settembre 2006, ma che ancora deve entrare in vigore per via della strenua resistenza del Comitato in difesa del Rio Fergia presieduto da Sauro Vitali, ha scatenato una lunga polemica interna alla maggioranza, tuttora in atto, a suon di accuse reciproche tra Ds, Rifondazione comunista e Verdi, che avevano presentato tre pdl completamente diverse in risposta alla concessione richiesta da Idrea. Alla fine è passata la proposta Ds che accordava tutte le richieste di Idrea. Con Rifondazione che si è astenuta dopo che a sorpresa all’ultimo momento ha ritirato la propria pdl che fissava limiti di concessione che, a detta di molti, Idrea non avrebbe mai accettato. Mentre i Verdi hanno mantenuto la propria linea ritrovandosi da soli a votare contro ogni accordo con Idrea.

“Sono stati anteposti gli interessi di una multinazionale ai legittimi diritti delle popolazioni locali e dell’intera cittadinanza umbra”. Commenta al VELINO il consigliere regionale dell’Umbria, Oliviero Dottorini dei Verdi, l’unico tra i consiglieri a votare contro la delibera della giunta. “A dire il vero Rocchetta non lascerà senza acqua per sempre gli abitanti di Boschetto e Gaifana. Ma, e la cosa è ancor più grave, gliela sostituirà con una meno pregiata. Nel senso che a fronte dell’aumento di sfruttamento delle acque si è impegnata a costruire un acquedotto che porterà nelle case di queste persone acqua prelevata da un’altra fonte. Ed è evidente che questa non può che essere di minore qualità di quella del Rio Fergia”. Altrimenti, prosegue l’esponente dei Verdi, “non si spiega perché mai la multinazionale dovrebbe sostenere gli ulteriori costi di costruzione del nuovo impianto di trasporto dell’acqua. Tanto più che secondo il piano industriale presentato alla Giunta questo impianto è più vicino allo stabilimento di imbottigliamento che alle due frazioni”. La delibera con cui la Regione ha concesso l’aumento di prelievo dal Rio Fergia alla Rocchetta fa riferimento a un protocollo sottoscritto nel 1993 anche dal Comitato civico di Boschetto e Gaifana e dai Comuni di Gualdo e Nocera. Esso prevede che dal fiume non escano, per essere imbottigliati dalla società privata, più di 28 litri al secondo. Il documento approvato dalla Regione le concede invece lo sfruttamento di sette litri d’acqua al secondo in più nei mesi di agosto, settembre e ottobre, mentre nel restante periodo dell’anno il suo prelievo può salire anche di dodici litri al secondo.

Da quando è stata votata la nuova concessione accanto al Comitato di Boschetto si è schierata anche l’amministrazione comunale di Nocera Umbra la cui rete idrica è collegata al Rio Fergia al pari di quella Gualdo. “Come i Verdi dell’Umbria – sottolinea al VELINO Dottorini – essi contestano non solo lo sforamento dai 28 litri al secondo previsti dal Protocollo, ma anche quanto emerge da una approfondita lettura del piano industriale con cui Rocchetta ha convinto la maggioranza della Regione ad accettare la richiesta di aumento del prelievo e il gruppo di Rifondazione comunista a ritirare la propria delibera, di certo non altrettanto penalizzante per i cittadini di Boschetto e Gaifana, proprio al momento del voto”. Secondo il piano, grazie al maggior imbottigliamento, la multinazionale ha previsto un aumento occupazionale e stanziato investimenti per 45 milioni di euro. Ebbene, andando più nel dettaglio possiamo scoprire quanto “miseri” siano questi “vantaggi”, osserva l’esponente dei Verdi: “I posti di lavoro in più non saranno che dieci, più altri dieci ricavati in un ‘secondo momento’ da un non meglio precisato ‘indotto’. Mentre solo 15 di quei 45 milioni di euro verranno impiegati nella costruzione di infrastrutture visto che ben 30 milioni saranno accantonati per la pubblicità”. Attenzione però, prosegue Dottorini, “anche in questo caso c’è una ulteriore beffa da evidenziare. Come è ovvio, non un centesimo del denaro messo a bilancio per la pubblicità finirà nelle tasche dei cittadini ma in quelle di noti testimonial e delle reti televisive che trasmetteranno gli spot”. Quanto alle nuove infrastrutture, trattandosi di un acquedotto, di uno stabilimento e di una tratta ferroviaria per il trasporto delle bottiglie, secondo il consigliere regionale dell’Umbria è lecito aspettarsi “uno scarso ritorno in termini economici per le popolazioni locali, dal momento che “queste strutture rimarranno pur sempre di proprietà della multinazionale”.

Anche rispetto al livello delle maggiori entrate di cui la Regione Umbria beneficerà a fronte della nuova concessione accordata a Rocchetta Dottorini non rinuncia a sollevare perplessità. “È difficile pensare che quei sette litri al secondo in più saranno trasformati in preziosi servizi per i cittadini privati del diritto di bere l’acqua del Rio Fergia”, taglia corto l’esponente dei Verdi. “Basti pensare che in base alla concessione la multinazionale paga 50 centesimi ogni mille litri prelevati. Per cui, se andiamo a leggere il bilancio 2005, anno in cui Rocchetta ha imbottigliato oltre 441 milioni di litri prelevati dalle acque umbre, scopriamo che nelle casse regionali sono entrati solo 220 mila euro, più 10.400 euro per l’affitto dei 208 ettari della concessione rilasciata a 50 euro l’anno per ettaro”. Questo vuol dire che con l’entrata in vigore della nuova delibera regionale la multinazionale delle acque minerali supererà il mezzo milione di litri imbottigliati per anno, mentre la regione incasserà circa 70 mila euro in più. Briciole, anzi gocce, conclude Dottorini, “rispetto al mare di denaro che alimenterà le casse di Rocchetta che già oggi vende a non meno di venti centesimi di euro al litro ciò che in pratica ha pagato allo Stato poco più di una lira del vecchio conio”.

Le parole di Dottorini hanno scatenato immediate reazioni di tutti i colleghi di maggioranza chiamati in causa, dando il là a un serrato botta e risposta. “Solo una società perversa può pensare di privatizzare l’acqua ed è sempre stata Rifondazione comunista a portare avanti, con il suo dieci per cento di voti, la questione dell’acqua pubblica in Umbria come bene primario”. Commenta così al VELINO il capogruppo di Rifondazione comunista al Consiglio regionale dell’Umbria, Stefano Vinti, la decisione della Giunta di concedere un aumento di prelievo di acqua dal Rio Fergia alla multinazionale Rocchetta. “Per cui mente e sa di mentire il consigliere dei Verdi Oliviero Dottorini quando ci accusa di aver ritirato all’ultimo momento e senza un motivo apparente la nostra mozione spianando la strada a quella che priverebbe dell’acqua corrente 240 famiglie di Boschetto e Gaifana”. In realtà, prosegue l’esponente di Rifondazione, “abbiamo dovuto ritirare la mozione perché il presidente Ds della Giunta, Maria Rita Lorenzetti, ha minacciato la caduta della maggioranza pur di accordare la concessione al gruppo Rocchetta”. Pertanto quella di Rifondazione, spiega Vinti, “è stata una decisione politica per non spaccare la maggioranza ed è falso quanto detto da Dottorini. La mozione non sarebbe passata comunque, neppure con il nostro appoggio perché la Lorenzetti avrebbe votato contro in ogni caso”. Infine Vinti annuncia di aver da poco presentato una nuova mozione per far aderire la regione Umbria al manifesto mondiale dell’acqua per una pubblicizzazione di questo bene essenziale per l’uomo e per la natura. “Nelle prossime settimane, se tutto va bene, se ne discuterà”.

“Siamo tutti contro la privatizzazione dei bacini idrici e delle fonti d’acqua – sottolinea a sua volta Vitali – non solo per le conseguenze sul vivere quotidiano delle popolazioni locali, ma anche per garantire la tutela ambientale all’intero territorio”. Proprio per questo, pensando alle battaglie in difesa di questi temi condotte a livello nazionale da Rifondazione comunista (ultima occasione il ddl sui servizi pubblici), il presidente del Comitato Rio Fergia esprime tutto il suo stupore nei confronti dall’atteggiamento assunto dalla rappresentanza regionale di Rifondazione nei confronti della delibera presentata dalla presidente Ds del Consiglio regionale, Maria Rita Lorenzetti, in favore di Idrea: “Nell’ultima riunione dei capigruppo prima del voto alla delibera, Rifondazione aveva redatto una mozione che avrebbe messo Idrea in condizione di recedere dalla richiesta di concessione. Un testo che si poneva a metà tra quello della Lorenzetti e l’altro di Oliviero Dottorini dei Verdi, molto più risoluto nel negare ogni possibilità di prelievo alla società privata”. E cosa è accaduto in sede di votazione? “Che Dottorini – conclude Vitali – ha mantenuto la parola assunta nei confronti delle popolazioni locali rimanendo da solo a votare contro Idrea. Infatti Rifondazione, di cui tra l’altro non si è vista traccia alla manifestazione di Gualdo a conclusione della settimana nazionale dell’acqua, dopo aver ritirato la propria si è astenuta. Sembrerebbe, come rivelato dallo stesso capogruppo Stefano Vinti, perché minacciata dalla Lorenzetti di far cadere il governo regionale se Idrea non avesse avuto la nuova concessione”.

Comunque sia la replica di Dottorini al collega di Rifondazione non si è fatta attendere: “Le accuse di Vinti? Fanno semplicemente sorridere e dimostrano tutta la difficoltà di chi tra la gente si erge a difensore di grandi principi per poi avallare le peggiori decisioni all’interno del palazzo. Per carità niente di strano, ci siamo abituati, l’importante è mettersi d’accordo almeno con se stessi. Per fortuna ci sono gli atti a dimostrare ciò che è avvenuto e quel giorno in Consiglio erano presenti anche un centinaio di aderenti al Comitato del Rio Fergia che hanno potuto valutare come purtroppo sono andate le cose”. D’altra parte quella dei Verdi era l’unica forza politica presente a Gualdo assieme agli otto chilometri di partecipanti alla manifestazione contro la concessione dell’acqua del Rio Fergia alla Rocchetta-Idrea. “Come sottolineato anche dal presidente del Comitato organizzatore della marcia, Sauro Vitali, Vinti e il suo partito, che si erigono a paladini dell’acqua pubblica, ovviamente non c’erano”, prosegue Dottorini. “Ma questo non è così importante se si pensa di riprendere in mano quella decisione per ribaltarne l’esito. Noi siamo pronti”.

Sollecitata dal VELINO a fornire una propria versione dei fatti è intervenuta anche Maria Rita Lorenzetti, presidente Ds della regione Umbria, che così replica alle accuse del consigliere regionale di Rifondazione comunista, Stefano Vinti: “Non ho minacciato nessuno di far cadere la maggioranza. Ho solo fatto presente che non condividevo il percorso suggerito da Rifondazione nella sua mozione per la concessione di prelievo di acqua dal Rio Fergia richiesta da Rocchetta-Idrea”. È stata Rifondazione, prosegue Lorenzetti, “a capire che non era il caso di procedere alla rottura perché avrei comunque votato il documento presentato in maggioranza. Il mio atteggiamento – conclude – è stato coerente e corretto con gli impegni assunti con la Regione secondo una determinata e chiara volontà per procedere agli impegni di prelievo di acqua, presi a fronte di una precisa e inequivocabile garanzia dal punto di vista tecnico”. A dar man forte all’esponente dei Ds interviene Lamberto Bottini, assessore all’Ambiente (Ulivo), in particolare contestando al capogruppo dei Verdi, Dottorini, l’interpretazione del piano industriale presentato da Idrea per convincere la Regione Umbria a concedere lo sfruttamento del bacino del Rio Fergia. “Quanto detto da Dottorini non corrisponde a verità. Non lasciamo a secco nessuno e i posti di lavoro previsti dal prospetto finanziario di Rocchetta-Idrea sono 20 più 20, non dieci come ha detto il consigliere regionale dei verdi. La questione è che Dottorini è contrario a qualunque tipo di accordo, anche equilibrato, che possa determinare il rilascio della concessione. Io dico la verità”. A dire il vero Bottini ne ha anche per Rifondazione: “Anche Vinti non ha detto la verità. Io ho assistito a tutte le riunioni di maggioranza e la Lorenzetti non ha mai intimato di spaccare la maggioranza. Il presidente della Regione ha semplicemente affermato di attenersi al merito della questione per evitare strumentalizzazioni politiche. Il clima sul territorio è molto teso per cui è evidente che ci siano posizioni discordanti”.

A questo punto l’assessore all’Ambiente espone quali siano le motivazioni all’origine della pdl dell’Ulivo approvata in giunta che, specie per quanto riguarda la possibilità di sfruttamento del Rio Fergia si discostano ampiamente dalle versioni dei suoi colleghi e anche di Vinti: “Rocchetta-Idrea ha fatto richiesta di concessione alla regione dell’Umbria già nel 2003 per poter sfruttare il pozzo situato a un chilometro e 200 metri dalla sorgente del Rio Fergia. Furono fatte subito delle verifiche riguardo ad eventuali interferenze tra il pozzo e la sorgente”. Secondo il rapporto stilato da Rocchetta-Idrea non risultava alcuna interferenza tra i due siti. “Il rapporto dell’Agenzia regionale per l’ambiente (Arpa) – prosegue Bottini – evidenziò al contrario una buona interferenza tra il pozzo e la sorgente ma rilevò anche che era possibile un prelevamento di acqua, nel periodo invernale, pari a 50 litri in più rispetto ai 28 decisi dal protocollo d’intesa del 1993″. Nel periodo estivo invece il limite massimo di captazione previsto dall’Arpa era di dieci litri al secondo in più rispetto a quelli attuali. “Secondo quanto deciso dall’Agenzia regionale per l’ambiente un prelevamento di acqua di queste dimensioni non avrebbe causato alcun cambiamento al deflusso del fiume”. Aggiunge l’assessore all’Ambiente della Regione Umbria: “Dei 28 litri previsti dal protocollo d’intesa redatto nel 1993, 20 sono appannaggio di Nocera Umbra e otto di Gualdo Tadino. Il comune di Gualdo Tadino, ricco di acqua e favorevole alla concessione, ha deciso di concedere i suoi otto litri a Rocchetta rifornendosi di acqua da un’altra sorgente vicina a Boschetto per garantire acqua alle 240 famiglie delle due frazioni, Boschetto e Gaifana. L’acqua del Rio Fergia non è migliore di quella di Palazzo Mancinelli, la sorgente che sarà utilizzata per alimentare Gaifana e Boschetto. Rocchetta ha bisogno necessariamente della concessione del Rio Fergia perché, per legge, non può chiederne una per prelevare acqua con peculiarità simili a quella per cui ha già un’altra concessione, come quella appunto di Palazzo Mancinelli”.

“Alla richiesta dell’industria imbottigliatrice di prelevare 20 litri al secondo, noi della giunta abbiamo risposto offrendo sette litri d’estate e non più di 12 nel periodo invernale”, precisa Bottini. “È molto importante tale questione per un territorio povero come quello di Gualdo Tadino. Il prospetto economico finanziario di Rocchetta prevede un investimento da fare sul territorio di oltre 400 mila euro ancora da concordare e 20 assunzioni dirette più 20 indirette. Dottorini deve dire la verità. Io so perfettamente quello che dico e i posti di lavoro offerti da Rocchetta non sono dieci. Bensì venti più venti, per un totale di 40 nuovi posti di lavoro molto importanti per combattere la crisi occupazionale della regione”. Infine, conclude l’assessore all’Ambiente della Regione Umbria, “prevediamo di aumentare in maniera sostanziale il canone delle concessioni oggi fermo al ridicolo prezzo di una lira del vecchio conio per ogni metro cubo di acqua prelevata. Sarebbe un’ulteriore entrata per la Regione”.

L’ultima parola sulla vicenda, al momento, è di Dottorini. Che replica di essere “in possesso dello stesso piano editoriale di cui parla Bottini e proprio per questo contrario a qualsiasi forma di accordo. A meno che Idrea non presenti un piano editoriale che contribuisca realmente alla salvaguardia dei diritti degli abitanti. “Altrimenti – conclude il capogruppo dei Verdi in Regione – io penso che, siano venti subito o quaranta chissà quando, i posti di lavoro elargiti dalla multinazionale in cambio di un guadagno a sette zeri restano comunque un baratto iniquo e sconveniente sia per Boschetto e Gaifana sia per tutta la comunità umbra”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli, Edoardo Spera

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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