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Libro bianco del tabacco

Philip Morris, come dominare il mercato in barba all’Antitrust

Scacco matto in due mosse. Tante ne mancano a Philip Morris per ottenere il controllo del mercato della distribuzione dei tabacchi in Italia, il cui monopolio è attualmente nelle mani di Logista, una società del gruppo franco–spagnolo Altadis leader europeo del settore. Il maggior produttore di sigarette italiano ed europeo, forte anche del potere contrattuale che lo lega ad Altadis e Logista – circa il 60 per cento di sigarette distribuite in Italia sono di marca Philip Morris e in Europa la situazione non è dissimile – intende imporre un proprio uomo come direttore generale della società di distribuzione. Il nome è quello dell’ex funzionario dei Monopoli e massimo esperto di gestione dei depositi fiscali, Valerio Borghese, attualmente in Finmeccanica. E gradito anche all’Agemos – l’Associazione sindacale che rappresenta i Delegati alla gestione dei Depositi fiscali locali (Dfl) e territoriali di Logista Italia che, oltre alla distribuzione, organizza i servizi relativi alla logistica, amministrazione e gestione di dati connessi allo scarico, all’immagazzinamento nonché alla rivendita del tabacco lavorato alle 57 mila tabaccherie disseminate in tutta Italia –, il cui benestare, come vedremo, è risultato due volte determinante per favorire le strategie di Philip Morris. La storia è questa. Con Borghese la riorganizzazione del mercato della distribuzione andrebbe nella direzione auspicata dall’Agemos. Che il 19 aprile scorso ha annunciato la rottura degli accordi sindacali con il monopolista della distribuzione per via della sua decisione di non rinnovare i contratti a 120 dei 250 gestori di Depositi fiscali locali in scadenza il 31 gennaio 2008. Philip Morris non ha mai gradito questa strategia di Logista, cavallo di battaglia dell’ex Ad Maurizio Zaccheo che è stato costretto a dimettersi all’inizio dell’anno in quanto la chiusura dei Dfl (Logista ne ha già dismessi circa 250 sui 520 rilevati nel 2004 da British american tobacco) metterebbe in difficoltà migliaia di tabaccherie ‘periferiche’ con una inevitabile contrazione delle vendite di sigarette. Mentre è noto che il modello di distribuzione diffusa e capillare era il pallino di Borghese quando stava ai Monopoli. Il che rende chiaro l’obiettivo di Philip Morris. A parte la soluzione delle beghe sindacali con Agemos, l’ingresso di Borghese in Logista consentirebbe alla multinazionale del tabacco di dichiarare scacco al monopolio della distribuzione facendo passare la propria strategia senza correre il rischio di incappare nelle maglie dell’Antitrust.

La partita però non finisce qui perché in realtà l’obiettivo finale di Pm è di acquistare Logista e gestire direttamente la distribuzione dei propri prodotti. Il punto è come fare visto che al momento la legge consente solo a Logista di esercitare il ruolo di gestore e l’acquisizione di questa società da parte di Philip Morris, leader della produzione, configurerebbe una situazione di dominio assoluto del mercato italiano del tabacco? Il ragionamento è semplice. Se i produttori concorrenti avessero il permesso di farsi distribuire le sigarette da un soggetto diverso da Pm-Logista l’Autorithy non avrebbe nulla da ridire perché verrebbe a cadere (almeno sulla carta) la posizione dominante dell’attuale monopolista e il sistema si ritroverebbe in una situazione di completa liberalizzazione. Quanto a questa è solo questione di tempo, quello che occorre al direttore generale dell’Amministrazione autonoma dei monopoli di stato (Aams), Giorgio Tino, per emanare il decreto sulle modalità di riordino della “gestione dei depositi fiscali di sigarette” previsto nell’articolo 97 dell’ultima Finanziaria. Norma introdotta dal governo proprio per correggere la situazione di monopolio nel settore della distribuzione dei tabacchi. Essa concede infatti l’esercizio dell’attività di depositi fiscali anche a chi voglia gestire i generi di monopolio senza avere un contratto con Logista Italia. Vale a dire che tutti produttori di sigarette potranno avere una propria rete distributiva. Peccato però che, al di fuori di quelle controllate oggi in Italia da Logista, le strutture idonee alla funzione di Dfl si contino sul palmo di una mano. Ben poca cosa di fronte ai 250 depositi capaci di distribuire i cento miliardi di sigarette fumate ogni anno nel nostro paese che si troverebbe a gestire Philip Morris tramite l’acquisizione di Logista con il benestare dell’Antitrust. Dunque tutto ruota intorno all’articolo 97, da mesi al centro anche di frizioni tra il governo e i Monopoli. Va ricordato infatti che Tino – il quale pur essendo il direttore generale dei Monopoli ha fatto parte del Consiglio di amministrazione di Logista dal 29 marzo 2005 al 18 agosto 2006 – avrebbe dovuto emettere il decreto che intacca il potere del monopolista della distribuzione entro il 31 marzo scorso. Cosa che si è guardato dal fare anche perché, come precisato al VELINO dall’Aams, quel limite non è perentorio ma ordinatorio: “Nel senso che nella Finanziaria non c’è alcun divieto di superare i 90 giorni dal primo gennaio 2007 per il varo del regolamento”. L’attesa di Tino ha in un primo momento spiazzato chi nel governo punta sul comma 97 per correggere le storture della privatizzazione del 2003. Difatti le iniziali pressioni sul dg dell’Aams sono state allentate dall’esecutivo per convincere Logista ad accordarsi con Agemos sulla questione dei 120 contratti da tagliare. Pressione che dopo l’improvvisa rottura delle trattative tra i due del 19 aprile scorso è risalita a mille atmosfere. Sembra dunque, come detto, solo questione di giorni l’emanazione del regolamento che sulla carta apre il mercato della distribuzione a chiunque, mentre di fatto lo consegna a un unico soggetto. Che questa volta è Philip Morris, inseritasi nella partita con il ‘colpo-Borghese’. Si delinea pertanto la paradossale situazione in cui il governo, partito per riequilibrare il sistema distributivo, finisce col mettere in ginocchio tutti i produttori di sigarette concorrenti di chi già oggi è leader indiscusso delle vendite. Scacco matto.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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