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Ricerca scientifica

Tartufo: progetto del Cnr per svelare il mistero dell’origine

tartufoCome nasce e si forma un tartufo è tuttora un intrigante mistero. Che il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) proverà a svelare, sulla spinta del crescente interesse di ambientalisti, biologi e del mercato. Come racconta al Velino la direttrice del Centro di studio sulla micologia del terreno presso il Cnr, Paola Bonfante: “Tramite il progetto di sequenziamento del genoma del tartufo nero francese del Perigord, dal titolo “Genome sequencing of the black truffle Tuber melanosporum”, ci aspettiamo di identificare i determinanti molecolari che corrispondono a situazioni ambientali, come siccità, piogge e temperatura. E anche di comprendere quali siano i meccanismi che controllano i fenomeni di base della vita del tubero”. Lo studio, che si incardina in un ampio progetto europeo ed è finanziato per gran parte della Francia, è stato presentato oggi al Dipartimento di biologia vegetale dell’Università di Torino ed è frutto della collaborazione tra il Cnr e l’Ateneo torinese e la Compagnia di San Paolo Regione Piemonte. È un chiaro esempio di indagine innovativa che, partendo dalla ricerca di base di qualità, va incontro a richieste del territorio e al crescente interesse per i genomi dei funghi micorrizici da parte di ecologi, ambientalisti, biologi e genetisti (per l’utilizzo come biofertilizzatori) e del mercato, dove il tartufo rappresenta un vero cult-food. Il progetto di sequenziamento consentirà sicuramente di ottenere strumenti operativi al fine di valorizzare il capitale tartufo, salvaguardarlo, conservarlo e favorirne le condizioni di produzione.

“Una conoscenza della diffusione del tartufo sul territorio grosso modo già esiste”, spiega Bonfante. “Grazie all’analisi del Dna presente in un terreno possiamo dire con certezza se esistono le condizioni che possono determinare la formazione del tubero e anche di che tipo questo sarà. Inoltre abbiamo scoperto che nel mondo è molto più diffuso di quanto si pensi e ci si aspettasse”. È ampiamente presente in Europa, in America e soprattutto in Asia, dove prospera il famigerato tuber indicum. Un fungo molto apprezzato dalle criminalità organizzata internazionale perché con poche gocce di un additivo derivato dal petrolio, il bismetiltiometano, è possibile trasformarlo, ma solo nel profumo, da tubero insapore dal valore di pochi euro, in un simil tartufo bianco di quelli che si vendono anche a tremila euro al chilo. Un traffico in continua espansione che colpisce direttamente gli amanti di questo alimento cult non solo nel portafoglio, ma anche allo stomaco. Già perché il bismetiltiometano preso in piccole dosi, quelle iniettate nel tartufo taroccato per ricopiare il gusto di agliaccio tipico del pregiato bianco tuber magnatum, lascia in bocca uno sgradevole sapore di aglio e rallenta, di molto, la digestione di chi ha avuto la sventura di assaggiarlo.

“Gli strumenti per frenare questo dilagare di operazioni illegali esistono già”, osserva la Direttrice del Cnr. “La possibilità di ricostruire la provenienza dei tartufi è già disponibile”. Negli ultimi 15 anni, infatti, la biologia molecolare ha dato nuovo impulso agli studi sui tuber e le attuali tecnologie, basate sullo studio del loro Dna, hanno fornito soluzioni a problemi più facili da un punto di vista sperimentale, come la loro corretta identificazione, la distribuzione geografica o la variabilità, ma, sottolinea Bonfante, non hanno risposto alla domanda cruciale: “Come si formano i tartufi?”. Al riguardo va detto che il sequenziamento del genoma è possibile solo sul nero tuber melanosporum. “È l’unico in grado al momento di fornire gli elementi molecolari al tipo di tecnologia che viene utilizzata per l’esperimento – rivela Bonfante – ma ci permetterà di capire a fondo questi complessi eventi di morfogenesi e allo stesso tempo di attuare strategie per conservare e valorizzare i siti di produzione naturale del tartufo”. Infine, conclude la ricercatrice del Cnr, “la mole di dati di gnomica comparata che fornirà il progetto faranno da trampolino di lancio per gli esperimenti sul bianco magnatum, con tutto ciò che di positivo può derivare a livello ambientale, scientifico e commerciale”. (il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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