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Libro bianco del tabacco

Tabaccai, Risso: perché siamo contro il fumo giovanile

La Fit, Federazione italiana tabaccai, la principale organizzazione del settore con 50 mila iscritti, ha deciso di appoggiare la campagna annunciata dal ministro della Salute Livia Turco per sensibilizzare gli alunni delle delle scuole pubbliche sulle conseguenze dannose del fumo per la salute. Una sorta di suicidio della categoria? No. “L’impegno della Federazione italiana tabaccai a tutelare la salute dei minori impedendo loro l’acquisto di sigarette non deve destare scalpore”, spiega il presidente della Fit Giovanni Risso. “Se è vero, come sembra, che la nicotina è un prodotto nocivo, creare i presupposti perché le sigarette siano vendute solo ai maggiorenni non significa andare contro i nostri interessi”. In effetti l’obiettivo dei tabaccai come quello delle grandi multinazionali del tabacco è di sostenere che il fumo deve essere una libera e responsabile scelta delle persone. I minorenni, proprio in quanto tali, non sono in grado di compiere questa scelta responsabile. Tutti gli altri sì. E’ una strategia di lungo respiro che tende a stabilire una frontiera, quella della libera responsabilità del fumatore, che precluda la strada a quei moralizzatori che vorrebbero proibire completamente il fumo, ciò che sarebbe sì una vera iattura. Ecco perché la Fit e le multinazionali sono così solerti nell’appoggiare le campagne contro il fumo giovanile.

In questa chiave va anche letta la decisione dei tabaccai di chiedere ai Monopoli di Stato l’autorizzazione ad applicare ai distributori automatici degli affiliati il lettore della tessera magnetica che identifica l’età del compratore: “È da considerarsi un contributo della Fit alla lotta in difesa della salute dei minori”, sostiene Risso. “Tutti quanti abbiamo a cuore la salute dei minori ed è giusto che sia così. Come è giusto consentire a chi è maggiorenne e fuma di acquistare un pacchetto quando vuole, anche cioè quando le tabaccherie sono chiuse”. La tessera magnetica personalizzata verrà distribuita da organismi pubblici preposti solo ai fumatori con più di sedici anni. Secondo i propositi della Fit, quindi, rappresenta un mezzo per sopperire all’impossibilità per il tabaccaio di controllare che il pacchetto emesso dai distributori automatici dalle 21 alle 7 e nei giorni festivi sia acquistato da un minore. “Dopo l’entrata in vigore della tessera personalizzata non è pensabile un controllo più efficace”, osserva Risso. “E se dovesse sorgere qualche problema, non sarebbe certo colpa del tabaccaio”. Quale problema? E’ evidente che un minorenne potrebbe usare una tessera non intestata a lui. All’obiezione che forse potrebbe bastare un’intensificazione dei controlli da parte delle forze dell’ordine, Risso però replica: ”Che cosa dovrebbero controllare le forze dell’ordine? Se un minore ha in mano la tessera del padre che colpa ne ha il tabaccaio? Che colpa ne ha la macchina? Semmai la colpa è di chi ha dato la tessera al minore. Quindi, quello che ci vuole è maggiore controllo da parte dei genitori. Facciano anche loro la loro parte. Noi la nostra, acquistando le macchine distributrici che funzionano con tessere personalizzate magnetiche, l’abbiamo fatta”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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