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Sicurezza alimentare

Origine alimenti, Coldiretti: l’assenza di trasparenza inganna

“Coldiretti condurrà ogni tipo di azione a favore dell’indicazione dell’origine degli alimenti sulle etichette, forte del fatto che la sua battaglia è largamente condivisa dal sistema delle imprese agroalimentari e dai consumatori italiani”. Sono le parole con cui il responsabile Sicurezza alimentare di Coldiretti, Rolando Manfredini, annuncia al VELINO nuove iniziative dell’organizzazione agricola italiana volte a sopperire la bocciatura subita dalla Commissione europea della legge 204/2004. Secondo Bruxelles, che avrebbe agito sulla base di un esposto presentato da Federalimentare, l’indicazione in etichetta dell’origine per i prodotti agroalimentari stabilita dalla 204 minaccia la libera circolazione delle merci. Di fronte al pericolo dell’avvio di un procedimento d’infrazione “per il mancato rispetto delle norme comunitarie sulla concorrenza”, espressa dal commissario europeo per la Salute e la tutela del consumatore, Markos Kyprianou, il ministro dell’Agricoltura, Paolo De Castro, ha annunciato di non voler dare luogo all’applicazione della legge del 2004 fino ad ora sempre rimandata in attesa del placet di Bruxelles. “Tutta la storia è un micidiale controsenso – commenta Manfredini -, a cominciare dal fatto che sia stata un’organizzazione italiana a spingere per la bocciatura di una legge che tutela la produzione alimentare made in Italy nonostante i sondaggi rivelino che a favore di una trasparente etichettatura si è pronunciato il 70 per cento dei consumatori”. Inoltre, precisa Manfredini, è significativo che la forte resistenza in Italia provenga dalla sola Federalimentare: “Interi settori produttivi non food hanno proposto le loro leggi sull’origine delle materie prime che compongono il prodotto finito. Tessile, manifatturiero, ceramiche, marmi confermano – semmai ce ne fosse bisogno – che la penetrazione nel mercato globale dei prodotti italiani dipende dal livello di identificazione e differenziazione della merce. Ma questa necessità non è compresa da Federalimentare”.

Stando a quanto sostiene Coldiretti, dunque, si corre il rischio che le imprese produttrici di vero made in Italy, quello derivato cioè da materie prime provenienti dal solo territorio nazionale, escano seriamente danneggiate dalla decisione della Commissione. Agli occhi di Bruxelles e di Federalimentare, osserva il responsabile di Coldiretti, “un prodotto alimentare è made in Italy per il solo fatto di essere trasformato in Italia e questo è un indubbio vantaggio per chi acquista all’estero certe materie prime, certo a prezzo nettamente inferiore delle corrispondenti italiane”. E non solo. Tale modo di vedere le cose, oltre a favorire chi inganna i consumatori convinti di mangiare italiano, determina uno strano corto circuito con il principio della competitività, pilastro su cui poggiano le norme che regolano il mercato di Eurolandia. Infatti, racconta Manfredini, “permettere al cliente l’individuazione dell’origine della materia prima leggendo l’etichetta come recita la 204 significa legare quel prodotto a un determinato territorio. Negare questa possibilità significa tagliare le gambe alla produzione agroalimentare italiana che regge il confronto con il mercato globale proprio grazie al fattore differenza”.

Ricapitolando, l’Italia si era dotata di una legge che propone la trasparenza ai massimi livelli e non viene accettata perché, dice la Commissione, è contro la libera circolazione delle merci dato che in questo modo si favorirebbe il prodotto italiano a scapito di quelli stranieri. Oltre a essere incredibile che la Ue abbia potuto accettare una tesi del genere, sembra che a Bruxelles si siano dimenticati che chi decide se e cosa comprare non è il legislatore ma il consumatore. Non va dimenticato che, conclude il responsabile Sicurezza alimentare di Coldiretti, “con la bocciatura della 204/2004 viene negato il diritto di sapere se gli spaghetti che vogliamo acquistare sono prodotti con grano duro proveniente da paesi in cui, per esempio, viene utilizzata la manodopera infantile”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
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