//
you're reading...
Economia canaglia

Orlandi (Osservatorio Asia): Cina, mercato alimentare difficile ma entrare si può

Quasi 100 milioni di nuovi ricchi e città sempre più internazionali oltre alle storiche Hong Kong, Pechino, Shanghai, che pullulano di supermercati e ristoranti invasi da prodotti alimentari occidentali. È questo lo scenario che fa da sfondo a Vinitaly-Cibus China 2006, il più importante salone espositivo dell’industria alimentare italiana inaugurato oggi a Shanghai. Vi partecipano 200 imprese del settore vitivinicolo e una decina di aziende di trasformazione di alimenti con l’obiettivo di prendere al volo il treno dell’espansione economica del gigante asiatico. Un’eventualità considerata più che possibile dal presidente del Comitato scientifico di Osservatorio Asia, Romeo Orlandi, per il quale sono diversi i segnali che inducono all’ottimismo. “Come sempre le potenzialità offerte dal mercato cinese – racconta Orlandi al VELINO – vanno legate alla fame che ha quel paese di progredire e dotarsi di prodotti di qualità. In tal senso l’affermazione di una nuova classe di cittadini con grande capacità di acquisto e l’espansione economica non più localizzata solo lungo la costa rendono il terreno più agevole alla diffusione e all’esportazione di prodotti agroalimentari italiani in Cina”.

La positività dello scenario delineato dal professor Orlandi assume significato diverso a secondo del prodotto che si intende esportare. “La Cina – sottolinea – ha una forte identità alimentare per cui stenta ad aprirsi alle novità assolute”. È per questo che finora per una serie di motivi i produttori italiani di vino e formaggi hanno incontrato serie difficoltà ad entrare nel mercato cinese, spiega l’economista. “Anzitutto in Cina si beve poco per tradizione, secondo poi quello d’uva è solo una della decina di tipologie di vino prodotte, e nemmeno tra le più apprezzate. Sui tavoli delle famiglie cinesi primeggia infatti il vino di riso. Infine vanno fatti i conti anche con la concorrenza del vino in bottiglia francese, storicamente il più apprezzato dai cinesi”. Un discorso simile può esser fatto per i prodotti caseari. “In questo caso – osserva il presidente del Comitato scientifico di Osservatorio Asia – c’è un argine più che altro culturale, perché i cinesi tradizionalmente non mangiano formaggio”. Per le nostre aziende vitivinicole e casearie dunque si tratterebbe di rompere tabù secolari. Però, rivela Orlandi, c’è un precedente che induce all’ottimismo: “Fino a pochi anni fa i cinesi non bevevano caffé, ma Starbucks, il gigante delle caffetterie americano, è riuscito a trovare la chiave giusta e ora la Cina è invasa dai suoi punti ristoro dove vengono bevute ogni giorno milioni di tazzine”.

Diversamente da quelli di formaggi e vini i produttori di salumi si troveranno a percorrere un terreno sicuramente più agevole. “In Cina – racconta l’economista di Osservatorio Asia al VELINO – c’è una grande tradizione alimentare nell’allevamento e consumo di maiali. Ad esempio, nella regione dello Yunnan si produce un prosciutto di discreta qualità, questo per dire che diversamente dal vino o dai formaggi il suo è un tipo di gusto al quale i cinesi sono già abituati”. Tanto è vero che l’italiana Senfter già dal 1995 ha aperto uno stabilimento di produzione a Louhe ed è poi riuscita a organizzare una efficiente rete di vendita in buona parte del paese. Ed è proprio in questo modo che secondo Orlandi le aziende italiane si devono organizzare per cogliere l’enorme opportunità offerta dall’espansione economica del gigante asiatico: “Sosteniamo da sempre che il modo migliore per vendere in Cina a prezzi cinesi è produrre direttamente in loco a costi cinesi e non esportare dall’Italia a costi italiani”. Anche per questo è indispensabile valorizzare al massimo le possibilità offerte da manifestazioni come Vinitaly-Cibus China 2006. “Per poter avviare una qualsiasi attività in un Paese così diverso dal nostro per cultura, gusto e tradizioni – conclude il professor Orlandi – è fondamentale costituire un network di conoscenze per scambiare e acquisire esperienze soprattutto di ordine economico e imprenditoriale. È questa la chiave per lo sviluppo delle esportazioni agroalimentari italiane”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

Annunci

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

Discussione

Non c'è ancora nessun commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

Aggiornamenti Twitter

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: