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Sicurezza alimentare

Tagliatelle al petrolio

Mai mangiato un tartufo taroccato? Probabilmente sì. Ma accorgersene è sempre più difficile. A meno che non sappiate riconoscere l’aroma dell’oro nero di Federico Tulli

Chi di noi, almeno una volta, non ha speso pochi euro per acquistare su bancarelle improvvisate una maglia o una borsa dalla griffe inconfondibile ma palesemente falsa? Un fiorente commercio che spesso avviene davanti a vetrine che esibiscono prodotti simili ma col marchio originale. In questo caso, il gusto di aver risparmiato centinaia di euro aumenta in maniera esponenziale. Ma non sempre chi compra un falso lo sa. È il caso degli alimenti falsificati, quello che più inganna e che lascia l’amaro in bocca, oltre le tasche vuote. Protagonista di una nuova e famigerata truffa alimentare è il bismetiltiometano, un gas derivato del petrolio che, se la si pensa dalla parte dei “taroccatori” di professione, ha un pregio: usato in dosi adeguatamente diluite libera un aroma quasi del tutto simile a quello del tartufo. Insomma, il gas viene usato per far credere al consumatore di gustare un prodotto a base del pregiatissimo tubero italiano. E si tratta di un’operazione non perseguibile in termini di legge perché a mettere al riparo i truffatori è la dizione “aroma naturale”. Così, attraverso questa “formula magica”, l’utilizzo del bismetiltiometano negli alimenti diventa lecito. Il petrolio, si sa, esiste in natura, e allora salse, olii, creme “tartufate”, possono riempire interi scaffali di supermercati, a prezzi non bassi ma sicuramente più convenienti dei trenta euro a grammo che mediamente bisogna pagare per grattare un vero tartufo sul carpaccio o sulle tagliatelle. Se qualcuno, però, dopo aver mangiato una pasta all’olio tartufato accusa problemi di digestione, sappia che la causa è quasi sempre da imputarsi al miracoloso gas aromatico. «Quello che le persone, perlopiù, non sanno è che con pochi grammi di tartufo è possibile insaporire e profumare il pranzo di una decina di persone», osserva con amarezza il presidente dell’Associazone tartufai senesi, Gianfranco Berni. «Ma ciò che è peggio – prosegue – è che l’assuefazione al forte sapore del tartufato porta a non riconoscere più il pregio dei veri tartufi nostrani, che hanno un gusto delicato e rilasciano un profumo sicuramente non aggressivo».
È proprio questo cortocircuito del palato ad aver favorito negli ultimi anni l’uso fuori legge del bismetiltiometano, sempre più abbinato al commercio illegale di tartufi provenienti dalla Cina. «Sappiamo di carichi di tuberi meno saporiti di una patata, che entrano in Italia illegalmente al costo di 28, 30 euro al chilo, per poi essere venduti, dopo l’aggiunta di bismetiltiometano, come tartufi senesi o marchigiani a dieci volte di più», chiosa Berni. Alcuni stimano che questo commercio corrisponda ormai a più del 60 per cento del mercato italiano, un dato che rende praticamente matematico mangiare tartufi d’importazione cinese e poi “addizionati” nei ristoranti, dove il cliente non può certamente fare le stesse valutazioni di quando acquista un tubero direttamente dalle mani del tartufaio. «Il vero problema – rivela Berni – è l’assenza dell’obbligo di tracciabilità del tartufo italiano. Una battaglia che la nostra associazione conduce senza successo da diversi anni anche per via di forti resistenze da parte delle categorie più potenti». Già, perché pur essendo un alimento di gran pregio, nonché tipico di zone circoscritte, ancora manca una legge che imponga di informare del percorso compiuto dal fungo prima di arrivare sul banco del commerciante o nella cucina del ristorante. «Eppure – conclude con una punta di malizia il presidente dell’Associazone tartufai senesi – vogliono fare sempre i pignoli sulla provenienza di fagioli, patate e cipolle. Possibile che del tartufo non importi nulla a nessuno?».
Left 45/2006

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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