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Economia canaglia

Costo ricariche, Assotabaccai: quante falsità dalle telefoniche

“La giustificazione di Tim, Vodafone, Wind e Tre fornita all’Authority per le Comunicazioni e all’Antitrust è nettamente falsa: chi ci guadagna sul balzello applicato alle schede telefoniche non sono di certo gli esercenti come loro vorrebbero far credere”. Non usa mezzi termini il vice presidente dell’Associazione italiana tabaccai, Lamberto Lasagni, per commentare le dichiarazioni rilasciate dagli operatori telefonici alle due Autorità nell’ambito dell’indagine conoscitiva sul costo aggiuntivo applicato sulle ricariche. “I rivenditori – spiega Lasagni al VELINO – incassano in media il 2,4 per cento del costo di una scheda, quindi siamo ben lontani dal 33 per cento pagato in più da chi compra tre euro di telefonate, visto che alla fine ne spende quattro”. Il “balzello” è finito sotto la lente d’ingrandimento delle due autorità garanti della Comunicazione e della Concorrenza che ipotizzano l’esistenza di un accordo illecito tra gli operatori di telefonia mobile al fine, si legge nel documento pubblicato a fine inchiesta, di “proteggere la sacca di redditività” che esso gli garantisce. Vale a dire una cifra che si aggira intorno a un miliardo e 700 milioni di euro l’anno.

L’accusa di cartello mossa contro le compagnie telefoniche è aggravata dal fatto che il ricarico sulla scheda colpisce soprattutto le fasce di utenza più deboli e questo fa sì che il costo oltre ad essere ingiustificato, commentano le Authority, “sia anche iniquo”. L’ipotesi più accreditata è l’eliminazione definitiva del tributo. Un epilogo che desta la perplessità di Lasagni: “Non ci spieghiamo come fanno i rivenditori stranieri che, stando a quello che si legge sui giornali, venderebbero le ricariche senza intascare un centesimo per il servizio reso”. La soluzione migliore, secondo il vice presidente di Assotabaccai, consiste nell’applicare al costo del servizio di vendita delle schede una tariffa equa e omogenea. Anche perché, dice, “non vorremmo che il giusto monito delle Authority nei confronti del cartello degli operatori telefonici si trasformi in un pegno da pagare per i tabaccai che non hanno nulla da spartire con quel sistema”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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