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Economia canaglia

Scommesse, Monopoli: critiche ingiuste

Sarà resa nota entro novembre la lista degli assegnatari delle 16.300 nuove concessioni per la gestione dei negozi di scommesse sportive e ippiche a partire dal primo luglio 2007. Lo fa sapere l’Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato (Aams) ad una settimana dall’apertura delle 206 offerte ricevute dai partecipanti alla gara pubblica indetta dai Monopoli sulla base di quanto previsto dal decreto Bersani-Visco sulle liberalizzazioni. L’obiettivo del governo è quello di gettare le basi per la creazione di un mercato delle scommesse sempre più adeguato alle esigenze dei giocatori attraverso la diversificazione e l’aumento dell’offerta. Di qui la necessità di attivare solide reti di vendita e di gestione mediante l’emanazione di un bando di gara internazionale. Secondo le previsioni questa strategia avrà il duplice effetto di ridurre il gioco clandestino e aumentare le entrate erariali derivanti dalle scommesse, fino a raddoppiarle entro il 2009. Assume quindi enorme importanza il ruolo dei Monopoli nella gestione di questa fase iniziale di cambiamento, come conferma il direttore dei Giochi di Aaams, Antonio Tagliaferri. ”Il compito dell’Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato è di governare il riordino del mercato dei giochi. Dovremo razionalizzare e ottimizzare le risorse a disposizione per favorire la massima competitività tra gli operatori nel rispetto della legislazione vigente”.

Secondo alcuni operatori del settore, però, la liberalizzazione delle scommesse avverrà solo sulla carta perché con la redistribuzione delle licenze scompariranno le piccole ricevitorie periferiche e quindi molti italiani non potranno più giocare se non su internet. Inoltre, la concorrenza tra i grossi bookmaker sarà calmierata dai vincoli imposti dalla legislazione italiana sulla tipologia di giocate che sarà possibile effettuare. Per non dire del peso fiscale che grava sulle vincite, molto più alto rispetto ad altri paesi europei. Il tutto, dicono i critici, si traduce nell’impossibilità di sconfiggere il gioco illegale, specie quello che si svolge on line su siti gestiti all’estero. Ma c’è anche il pericolo che la normativa italiana renda troppo omogenea (per prezzi e per qualità) l’offerta agli scommettitori: non proprio quello che ci si aspetta da un mercato concorrenziale e liberalizzato. Secondo Tagliaferri tanto allarmismo è ingiustificato, prova ne sia la partecipazione al bando degli operatori storici, a fianco di nuovi soggetti anche stranieri: “Tutti sintomi di crescita del settore che nella concorrenza può trovare elementi di positività”.

Per la verità, le settimane precedenti alla gara del 24 ottobre sono state un susseguirsi di polemiche sollevate non solo dai piccoli gestori di scommesse. Alla Snai ad esempio avevano espresso forti dubbi proprio sull’effettiva liberalizzazione del settore. “Le norme – aveva dichiarato il presidente, Maurizio Ughi – non tengono conto del mercato. Come si fa a parlare di liberalizzazione quando il bando pone limitazioni temporali e quindi si lega a una scadenza ben precisa? Perfino la licenza di un bar può passare tranquillamente di padre in figlio o essere ceduta a terzi senza lacci di alcun tipo”. Il grido di allarme di Ughi aveva trovato la sponda anche dell’ad della Sisal, Giorgio Sandi. “La rete che da 60 anni distribuisce i giochi in modo professionale, garantito e sicuro sull’intero territorio nazionale verrà sostituita da una rete solo in parte composta dagli attuali esercizi, che non potrà mai eguagliare quella esistente in termini di conoscenza del mercato e dei gusti della clientela, quindi di efficienza e professionalità. Ci troveremo di fronte dunque a una sostituzione a rischio. Con il paradosso di vedere premiati quegli operatori che fino a ieri hanno preferito sfidare la legge raccogliendo scommesse senza attenersi alla normativa ed alla tassazione del nostro paese”.

Quanto al pericolo che i gestori più piccoli scompaiano per decreto, questo è stato paventato anche dal vice presidente della commissione Finanze della Camera, Francesco Tolotti, che ha presentato un emendamento in finanziaria per chiarire che dopo la gara le nuove licenze andranno ad aggiungersi e non ad integrare quelle esistenti. “Altrimenti – spiega Tolotti – visto che molte delle attuali aziende che hanno contribuito allo sviluppo del settore saranno costrette a chiudere, i 16.300 negozi di scommesse rappresenteranno di fatto non una liberalizzazione del mercato, ma una limitazione della libertà di impresa”. Dal canto loro i Monopoli invitano ad aspettare che il nuovo mercato entri a regime anche perché, come ha sottolineato Tagliaferri, il bando della gara da cui prenderà origine è il risultato di una scelta e di una decisione attenta e ponderata che ha ricevuto l’approvazione del ministero delle Finanze. “Nessun timore quindi – dice il direttore dei Giochi Aams – per gli operatori attuali, per quelli già presenti sul mercato che devono comprendere come il settore dei giochi debba adeguarsi alle nuove richieste, alla domanda del giocatore, anche a costo di ridisegnare la rete di distribuzione senza stravolgerla”. Organizzata con l’obiettivo di liberalizzare, dunque, la gara indetta dall’Aams ha suscitato molte perplessità e polemiche. Clamorosa quella innescata dal sindacato Conari dei ricevitori italiani che in un comunicato accusa i Monopoli di avere ingiustificatamente sottratto al bilancio dello Stato ingenti somme provenienti da introiti fiscali sul lotto.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
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