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Libro bianco del tabacco

Monopoli di Stato: Giorgio Tino querela “Report”

Il direttore generale dell’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (Aams), Giorgio Tino, ha dato mandato ai propri avvocati per procedere in sede civile e penale contro Giovanna Boursier per il contenuto “altamente lesivo” dell’inchiesta fatta dalla giornalista per la trasmissione Report su Rai3 domenica 22 ottobre. Lo fa sapere l’Aams. Oggetto del contendere è il servizio durante il quale Tino è stato citato quale esempio di manager pubblico con mandati (“e stipendi”) in più società. Giorgio Tino, infatti, oltre a essere direttore generale dei Monopoli, è dal settembre scorso presente nel consiglio di amministrazione del Centro sperimentale di cinematografia, la scuola nazionale di cinema. Una carica, secondo quanto detto dalla giornalista di Report, che Tino avrebbe ottenuto quale ricompensa per favori fatti a Vittorio Emanuele di Savoia grazie al proprio ruolo nei Monopoli. Ha detto la Boursier: “Dalle intercettazioni telefoniche dell’inchiesta su Vittorio Emanuele di Savoia viene fuori che i posti in consiglio di amministrazione a volte servono anche ad avere funzionari corrotti. Per ottenere le licenze sul gioco d’azzardo il principe non lesinava soldi ma al direttore dei Monopoli di Stato, Giorgio Tino, oltre alla mazzetta arriva un posto nel consiglio della scuola di cinema. Concessi i nulla osta Giorgio Tino chiama il portavoce di Alleanza nazionale Francesco Proietti Cosimi che gestiva gli affari di Vittorio Emanuele”.

La tesi di Report si basa sulle motivazioni dell’iscrizione nel registro degli indagati del direttore dei Monopoli nell’ambito dell’inchiesta che portò nel giugno scorso all’arresto del principe di Savoia. Tra gli elementi che spinsero il sostituto procuratore del Tribunale di Potenza, Henry John Woodcock, a inserire il Dg dell’Aams nell’inchiesta c’è anche la telefonata con Proietti Cosimi la cui trascrizione è stata mandata in onda durante la trasmissione oggetto di querela. Dice Giorgio Tino rivolgendosi al portavoce di An: “Sicuro? Emh…io sono stato segnalato no? Da Siniscalco, non è una questione economica, perché non c’è quasi una lira, ma è una questione solo di…interesse professionale, diciamo così no? E sono segnalato per un consiglio dell’amministrazione per la fondazione lì, di…Cinecittà, Istituto Luce, non mi ricordo, una cosa del genere no? Non lo so, vedo che c’è qualche ritardo, ho cercato di informarmi e parrebbe che…”. Risponde Proietti Cosimi: “No domani quando ritorno mi informo subito. Come no, ci mancherebbe!”. Secondo i suoi difensori, il pubblico ministero romano Giancarlo Amato – che ha preso in carico l’inchiesta contro Tino, cominciata a Potenza – sarebbe in procinto di chiedere l’archiviazione.

La vicenda era cominciata il 17 giugno scorso quando il procuratore Woodcock iscrisse Tino nel registro degli indagati insieme ad alcuni sottufficiali dell’Arma dei carabinieri sospettati di aver fornito informazioni riservate e ad alcuni faccendieri in odore di mafia come Rocco Migliardi, socio del principe di Savoia. Vittorio Emanuele a sua volta era stato arrestato con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e al falso e di sfruttamento della prostituzione. Secondo Woodcock, il ruolo di Giorgio Tino nell’organizzazione, svolto in collaborazione con la dirigente dell’ufficio apparecchi di intrattenimento degli stessi Monopoli, Anna Maria Barbarito, era quello di agevolare la concessione di nulla osta a una società di noleggio di videogiochi gestita da Migliardi. In cambio della concessione Tino, nominato dall’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti nel 2002 e di recente confermato dal governo Prodi, avrebbe ricevuto la nomina nel Consiglio di amministrazione della Scuola nazionale del cinema e la promessa della conferma sulla poltrona di direttore generale dei Monopoli.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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