//
you're reading...
Libro bianco del tabacco

Fumo, UE: aumenta ogni giorno la multa all’Italia

Il governo italiano non avrebbe alcuna intenzione, almeno per ora, di evitare il processo presso la Corte di giustizia europea per il mancato adeguamento del diritto italiano alla Direttiva europea 2003/33/CE che vieta “la pubblicità al fumo a mezzo stampa, per radio, su internet e attraverso la sponsorizzazione di manifestazioni sportive o culturali”. È quanto ha appreso il VELINO alla rappresentanza diplomatica italiana presso l’Unione Europea: “Fino ad oggi non abbiamo ricevuto alcuna comunicazione da Roma riguardo eventuali mosse da compiere per evitare di finire in giudizio”. Il deferimento è stato annunciato il 12 ottobre scorso dalla Commissione europea e spesso in casi del genere passano anche tre mesi prima che la cancelleria della Corte di giustizia riceva la documentazione di Bruxelles. In effetti sono passati solo pochi giorni dall’ultimo atto che precede l’avvio del giudizio che potrebbe costare all’Italia molti milioni di euro di multa. Ma, secondo i bene informati, comincerebbero proprio in questa fase le vere trattative tra governo deferito e Commissione per trovare un accordo che blocchi la spedizione del deferimento alla Cdg. Va detto, però, che la vicenda si trascina oramai dal 5 aprile scorso e da allora la Commissione europea non ha mai ricevuto da Roma alcun segnale di impegno a ricomporre la frattura in via stragiudiziale. Risale a oltre sei mesi fa, infatti, l’avvio della procedura d’infrazione contro l’Italia per aver disatteso l’obbligo di recepire correttamente le linee guida della più importante Direttiva europea in materia di lotta al fumo e tutela della salute pubblica. Poi, il 25 luglio, constatata l’assoluta immobilità del governo italiano la Commissione ha compiuto il secondo passo dell’iter notificando la messa in mora. Infine, passati circa due mesi, di fronte all’assenza di motivazioni o impegno da parte dell’Italia ad adeguare l’ordinamento interno alla direttiva UE, Bruxelles non ha potuto che comunicare il deferimento presso la Cdg europea. Ora, in caso di condanna l’Italia rischia di pagare circa centomila euro per ogni giorno di mancato recepimento della Direttiva a partire da quello della sentenza della Corte di giustizia. Per il nostro Paese sarebbe un epilogo a dir poco inspiegabile.

La 2003/33/CE è la più importante legislazione in materia di lotta al fumo e tutela della salute pubblica e la Costituzione italiana al primo comma dell’articolo 32 sancisce: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. Per non dire dell’adesione italiana alla Convenzione quadro dell’OMS sul controllo del tabacco particolarmente sensibile alle conseguenze sui giovani della sponsorizzazione di eventi sportivi da parte di produttori di sigarette. A tale proposito non manca chi, come il Codacons, l’ex ministro della salute Girolamo Sirchia e l’Assotabaccai, fa notare da tempo che l’inerzia del governo è sintomo di forti pressioni delle lobby del tabacco composte dalle grandi multinazionali produttrici e distributrici di sigarette oltre che da giornalisti, uomini politici e dirigenti di amministrazioni pubbliche. Non è un caso, hanno sottolineato più volte al VELINO dal Codacons, che la Formula 1 e il motomondiale, particolarmente seguiti dal pubblico italiano (si parla di una media di 28 milioni ad evento), siano sponsorizzati dai maggiori produttori di tabacco e che la rassegna stampa sportiva del lunedì mattina si trasformi in un plateale spot per le più famose marche di bionde senza che l’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato commini le multe previste per legge. Basta sfogliare, ad esempio, la Repubblica, Il Corriere della Sera, Il Messaggero, per rendersi conto di quali siano gli interessi in ballo per la Philip Morris o la RJ Reynolds (che producono rispettivamente Marlboro e Camel), ha denunciato ripetutamente il presidente del Codacons, Marco Ramadori: “Certi eventi sportivi sono emanazione diretta delle multinazionali del tabacco e stanno ancora in piedi solo per pubblicizzare sigarette”. E questo succede, pare di capire, con l’avallo dello Stato.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

Annunci

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

Discussione

Non c'è ancora nessun commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

Aggiornamenti Twitter

Errore: Twitter non ha risposto. Aspetta qualche minuto e aggiorna la pagina.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: