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Libro bianco del tabacco

Tabacco, pubblicità e Formula uno: le multe che non multano

“La propaganda pubblicitaria di qualsiasi prodotto da fumo, nazionale o estero, è vietata”. Così recita un comma dell’unico articolo di una legge del 1962, la 165, tuttora in vigore anche se tra le meno rispettate. Anzi, forse sarebbe più corretto dire: tra quelle meno fatte rispettare. Raramente, infatti, qualcuno è stato multato (e la sanzione massima è di soli 25 mila euro) dall’organo competente per gli accertamenti, l’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (Aams). Questo ente, che può agire sia su sollecitazione esterna che d’ufficio, è rimasto spesso inerte pur in presenza di palesi violazioni di quel semplice divieto, lamentano le più importanti associazioni di tutela dei consumatori. Basti dire che la Rai non è stata sanzionata nemmeno per aver trasmesso domenica primo ottobre il gran premio di Formula uno svoltosi a Shanghai, in Cina. Praticamente uno spot di due ore per le più famose marche di sigarette, visto che nessuna delle case automobilistiche sponsorizzate dai maggiori produttori mondiali di tabacco ha evitato di esporre i marchi pubblicitari su auto e tute di meccanici e piloti. Eppure quell’unico articolo della legge 165/62 parla chiaro. Come mai nessuno è intervenuto? Perché la Rai può trasmettere indisturbata certe immagini? Domande che il VELINO ha rivolto al Direttore generale dell’Aams, Giorgio Tino, il quale non ha risposto alla domanda e ha fatto dire al suo addetto stampa Roberto Marchetti: “Sono informazioni riservate”. Una reticenza per certi versi inspiegabile quella del Direttore dell’Aams, nominato dall’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti nel 2002 e di recente confermato dal governo Prodi alla guida di una delle più ricche (oltre 30 miliardi di fatturato previsto per il 2006 derivanti dal solo settore dei giochi) amministrazioni pubbliche. Perché questo silenzio?

Non è stato solo il VELINO a sbattere contro il muro di segretezza eretto dall’Aams. Nell’ultimo decennio il Codacons, sempre attivo nelle battaglie a tutela della salute dei consumatori, ha invitato più volte gli organi competenti a intervenire e, data la loro inerzia, nel 1998 è arrivato a citare in giudizio le reti televisive che trasmettevano i Gp di Formula uno: Rai e Telepiù. Ma da quella controversia non è derivata alcuna inibizione della pubblicità dei prodotti da fumo perché il giudice unico del processo di primo grado conclusosi nel 17 ottobre del 2000, Alfredo Vincenti, dette ragione alla tesi della difesa. “Le televisioni riprendono un evento sportivo – si legge nella sentenza numero 16717 – ed è impossibile coprire o eliminare dalle riprese i marchi delle sigarette senza stravolgere la cronaca, per cui non le si può ritenere responsabili di effettuare pubblicità vietata dalla legge”. Dunque, anche se il giudice non ha negato che la Formula uno sia uno spot ai prodotti da fumo, e anzi lo ha praticamente confermato, fino ad ora non se ne è potuta impedire la trasmissione perché il diritto di cronaca ha prevalso su quello alla salute. Va sottolineato che il Codacons ha deciso di ricorrere in appello (il processo comincerà a novembre) dove avrà buone possibilità di vincere avendo a disposizione nuove frecce legislative per il proprio arco. Anzitutto la direttiva Ue 2003/33, normativa particolarmente sensibile alla tutela dei minori da certi messaggi pubblicitari veicolati da tv, stampa e internet. Un argomento strettamente connesso alla Formula uno, poichè non sono certo solo gli adulti quelli che rimangono più affascinati dagli adesivi della Marlboro (punta di diamante della Philip Morris) presenti sulla scocca della Ferrari e sulla tuta di Michael Schumacher. C’è poi l’arma legale dell’obbligo di dichiarazione della nocività dei prodotti da fumo, introdotta di recente sui pacchetti di sigarette. “Anche se si potrebbe discutere ancora sul diritto per la Rai di lanciare un messaggio positivo su prodotti che causano solo in Italia 90 mila morti l’anno, cercheremo di ottenere – ha rivelato il presidente del Codacons, Marco Ramadori, al VELINO – che almeno si faccia scorrere sullo schermo un banner che informi i telespettatori del rischio di morte per chi fuma le sigarette pubblicizzate durante i Gp”. Non sarebbe più semplice che l’Aams facesse rispettare una norma cristallina?

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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