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Libro bianco del tabacco

Francia, la Sirchia fa scuola, fumo vietato nei luoghi pubblici

Fumare uccide, ma frequentare luoghi pubblici anche. Ne sono convinti in Francia dove un’apposita commissione ha presentato oggi all’Assemblea nazionale (il Parlamento francese) il rapporto sulla fattibilità di un decreto legislativo sulla falsa riga della nostra legge Sirchia contro i danni per la salute causati dal fumo passivo. Secondo Directsoir, il documento della commissione non contiene sorprese e aprirà la strada al dibattito parlamentare che entro un paio di settimane deciderà i termini della normativa antifumo d’oltralpe. Così, grazie anche all’aperto sostegno del ministro della Salute, Xavier Bertrand, la Francia, dopo Italia, Spagna e Lussemburgo, si adeguerà alle linee guida della Convenzione quadro dell’OMS sul controllo del tabacco, la Framework Convention on Tobacco Control, entrata in vigore nel febbraio del 2005 e sottoscritta da 168 Paesi. Non va peraltro sottovalutato il decisivo sostegno dato all’iter transalpino dall’esperienza italiana, come ha raccontato al VELINO l’ex ministro della Salute e padre dell’omonima legge antifumo Gerolamo Sirchia. Nel luglio scorso, aveva rivelato Sirchia, “ho incontrato il presidente dell’Assemblea nazionale francese, M. Jean-Louis Debré. È venuto in Italia con una delegazione per studiare la nostra legge in vista del loro dibattito parlamentare sulla tutela dei fumatori passivi. Mi chiedevano anzitutto come fosse possibile che gli italiani la rispettassero e, secondo, quale fosse il modo per farla rispettare. Gli ho risposto che il segreto è tutto nella consapevolezza di aver pensato una buona legge. Infatti, da parte nostra, al momento della stesura non ci fu alcun timore di un insuccesso. Confidavamo sulla capacità di comprensione degli italiani riguardo all’importanza di un passo del genere dal punto di vista sanitario”.

Il varo di una legge antifumo in Francia costituisce una grande vittoria dell’Union pour un mouvement populaire (Ump) il partito di cui è presidente Nicholas Sarkozy, attuale ministro dell’Interno e candidato alle prossime presidenziali dato per vincente dagli ultimi sondaggi di Le Monde. Un successo per Sarkozy frutto di una rischiosa scommessa vista la posta politica in palio e le enormi pressioni delle lobby del tabacco che anche in Francia, così come fu per l’Italia, non hanno mancato di far pesare il loro potere non solo economico. Ma i grossi produttori mondiali di bionde hanno trovato in Yves Bur, vicepresidente Ump all’Assemblea nazionale, un ostacolo insormontabile. È stato lui infatti la punta di diamante della lotta per il divieto di fumare nei luoghi pubblici iniziata nel novembre 2005 quando ha presentato il primo progetto di legge. Ora dopo nemmeno dodici mesi, (Sirchia riuscì solo dopo due anni a superare gli ostacoli che ne impedivano la discussione in Parlamento), quel progetto ha buone possibilità di divenire la traccia di un decreto che il ministro Bertrand ha intenzione di emettere con applicazione dal primo gennaio 2007.

I fumatori francesi, dunque, dall’inizio dell’anno prossimo dovranno modificare radicalmente le proprie abitudini al pari di quelli italiani oramai costretti ad aspirare tabacco e nicotina fuori dei luoghi di lavoro, ristoranti e discoteche? Non proprio. Alcuni settori sensibili beneficeranno di “adattamenti progressivi” ha precisato Xavier Bertrand. I caffè e i tabaccai, le discoteche o i ristoranti potranno essere temporaneamente esonerati. Sfuggiranno dunque ad una delle ultime grandi opere del mandato del presidente uscente, Jacques Chirac, che in questo caso ha trovato un prezioso alleato nella ricerca scientifica. L’opinione pubblica francese è rimasta infatti molto impressionata dai risultati di uno studio coordinato dal Centro internazionale di ricerca sul tumori e dal Roswell Park Cancer Institute pubblicato il 27 settembre scorso. Il rapporto ha classificato la Francia al sest’ultimo posto tra i paesi con la qualità dell’aria dei suoi luoghi pubblici visto che nel 42 per cento di essi è considerata “pericolosa”. È stato inoltre rivelato che la qualità dell’aria è malsana anche nelle stazioni dove il divieto esistente viene sovente ignorato. Questo lascia pensare che sarà solo questione di tempo e anche in Francia cadranno gli ultimi baluardi dei patiti del fumo a tutti i costi in nome del diritto dei non fumatori a non respirare nessuna delle quattro mila particelle cancerogene sprigionate dal tabacco che brucia.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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