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Libro bianco del tabacco

L’Espresso:pubblicizza il fumo, denunciano Sirchia e Garattini

“Certe notizie sono solo propaganda, la sigaretta sicura non esiste”. È il perentorio commento del direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri”, Silvio Garattini, sul servizio dell’Espresso di questa settimana nel quale la Philip Morris annuncia il finanziamento di una ricerca scientifica finalizzata a creare “la sigaretta che riduca i danni del fumo”. “Le sostanze cancerogene – spiega Garattini al VELINO – sono liberate dalla combustione della nicotina. Eliminandola, scompare la dipendenza e col tempo tutti smetterebbero di fumare. A meno che non abbiano cambiato ragione sociale, i produttori di sigarette riconoscano che le loro sono tecniche di marketing che mirano a tirare l’opinione pubblica dalla propria parte e non a ridurre il numero di fumatori. Del resto, il semplice incarico di compiere ricerche del genere vale come confessione che, al contrario di quanto hanno sempre sostenuto, il fumo nuoce gravemente alla salute”.

Quello sull’Espresso nelle pagine 164-167, frutto delle pressioni e della capacità di influenza della Philip Morris, è solo l’ultimo di una lunga serie di articoli-spot a favore del fumo apparsi sui giornali dall’inizio di settembre. Siamo in presenza di una massiccia controffensiva dei produttori di tabacco. Per il marketing della grande multinazionale l’imperativo categorico è infatti recuperare i miliardi di guadagno persi per via del divieto di fumo nei luoghi pubblici imposto dalla legge Sirchia del 2005 e dei morti per patologie connesse al fumo. Due fattori che, secondo uno studio dell’Istituto superiore di sanità, hanno ridotto la schiera dei fumatori italiani di circa 500mila unità negli ultimi 18 mesi. E allora ecco che, in barba alle norme italiane e comunitarie che vietano ogni forma di pubblicità (diretta e indiretta) ai prodotti da fumo sulla carta stampata, è scattata una ben orchestrata campagna, che, con l’avallo di testate come il Corriere della sera, Repubblica, Gazzetta dello sport on line e Messaggero, ha lanciato continui ammiccanti messaggi, soprattutto ai giovani lettori, attraverso la pubblicazione di servizi fotografici di campioni di Formula Uno e Motomondiale, nei quali sono sempre in bella mostra le marche Camel e Marlboro (prodotte rispettivamente da RJ Reynolds Tobacco e Philip Morris) di cui sono testimonial pubblicitari Valentino Rossi, Loris Capirossi e la Ferrari con Michael Schumacher.

Sulla stessa lunghezza d’onda del direttore del “Mario Negri” è l’ex ministro della Salute, Girolamo Sirchia, padre della legge che tanti pruriti causa alle multinazionali del tabacco da quando è entrata in vigore nel gennaio 2005. “I produttori di sigarette – denuncia Sirchia al VELINO – hanno sempre inventato frottole per procrastinare la loro sopravvivenza e i loro guadagni. Ad esempio, durante il periodo di discussione della legge che vieta il fumo nei luoghi pubblici, hanno finanziato studi scientifici con risultati preconfezionati, per dimostrare che il fumo passivo non fa male. Forti del proprio potere economico, hanno trovato facile sponda in certo modo di fare ricerca, malgrado l’evidenza che il tabacco quando brucia genera circa 4 mila sostanze, in gran parte cancerogene di serie A, dannose per chiunque le respiri”.

“I produttori di sigarette nascondono la realtà – accusa Sirchia – con tentativi di depistaggio dell’opinione pubblica, e questo accade soprattutto nei paesi più sviluppati, dove ormai da alcuni anni le vendite di sigarette sono in costante calo proprio per la crescente presa di coscienza della pericolosità del fumo per la salute. Con articoli di propaganda come quello confezionato dall’Espresso vogliono far passare l’immagine di azienda privata preoccupata per la salute pubblica”. Di fronte a controffensive del genere, affonda l’ex ministro della Salute, “è necessario che l’Italia sia forte, come lo è l’Unione europea da quando ha inasprito la lotta contro i danni del tabacco, adeguando la propria normativa alle direttive della Convenzione quadro dell’Organizzazione mondiale della sanità sul controllo del tabacco”. Sulla base di questa Convenzione è stata stilata la Direttiva comunitaria 2003/03/CE, che contiene tra l’altro il divieto di mostrare immagini di fumatori sui mezzi d’informazione di qualsiasi tipo. “È indubbiamente positivo – sottolinea Sirchia al VELINO – il livello raggiunto dalle normative contro il fumo negli ultimi anni, ma la strada per abolire la tendenza al fumo passa per l’aprire gli occhi di fronte al fatto che i produttori di tabacco sono venditori di morte. Ed è proprio questo che rende la lotta molto dura”. In Italia, per esempio, la legge Sirchia ha ridotto del sette per cento il numero dei fumatori italiani, ma è netta la sensazione che con lo zoccolo duro degli incalliti ci sia ben poco da fare.

“Le multinazionali sostengono che fumare dovrebbe essere una libera scelta – precisa il professor Sirchia – ma gli additivi contenuti nel tabacco inducono dipendenza, e allora il governo perda ogni remora e applichi quanto stabilito nella Costituzione, laddove lo impegna a garantire con ogni mezzo la salute dei cittadini”. Un processo che, secondo Sirchia, per non apparire proibizionista tout court, dovrebbe avvenire per gradi: “Banca mondiale, Oms e Istituto superiore di sanità hanno dimostrato che l’aumento di prezzo del pacchetto di sigarette riduce la possibilità di acquisto per una grossa fetta di consumatori, quelli a basso reddito come giovani e pensionati: un forte aumento del costo compensa il deficit di entrate per l’Erario dovuto al minor consumo. In più si avrebbe il vantaggio di poter destinare quei novemila miliardi di euro in accise non più solo alle spese sanitarie per i malati terminali da fumo”. E queste spese, è l’allarme lanciato dal professor Garattini, sono destinate ad aumentare se non si interviene in tempo. “Abbiamo avuto modo di notare – spiega Garattini al VELINO – che cresce costantemente la percentuale di fumatori giovani sul totale. I più accaniti sono sempre più ragazzi tra i 15 e i 24 anni, questo vuol dire che tra qualche anno l’età media delle patologie tumorali derivanti dal fumo scenderà dagli attuali 50 anni circa fino verso i 40 anni. Un fatto terribile quanto grave. In genere i tumori che colpiscono una persona giovane sono più aggressivi. Anche se è una caratteristica che non riguarda tutte le forme di cancro, è un dato che chi di dovere non può sottovalutare”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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