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Libro bianco del tabacco

Cinema, un insidioso spot a favore del fumo

Discreto successo nelle sale cinematografiche italiane di ‘“Thank you for smoking” (“Grazie se fumi”), il film statunitense che ha tutti i connotati di un enorme spot pubblicitario a favore del fumo. Il film racconta in chiave ora cinica, ora ironica, le acrobazie verbali dell’attore Aaron Eckhart, il quale, nei panni di un brillante portavoce della ‘lobby’ Big Tobacco, gira per i programmi televisivi più in voga per difendere il diritto a fumare dagli attacchi di fastidiosi uomini politici. Visto il dilagare di rigidi divieti alla pubblicità diretta e indiretta al fumo, il sospetto è che, mascherato dietro la produzione di una pellicola a basso budget, vi sia lo zampino del marketing di qualche importante produttore di bionde.

Ad alimentare i dubbi sulla lineariutà di questo film sono state anche le dichiarazioni fatte dall’attore protagonista, Aaron Eckhart: “Molti fumatori mi vedono come la loro nuova ‘voce”’. E infatti, tra gli spettatori d’oltreoceano, non pochi sono quelli rimasti affascinati dalla parlantina del diabolico personaggio, uno slang che ha finito col mettere in secondo piano la serietà delle argomentazioni dei suoi petulanti critici rispetto alle conseguenze nocive del fumo sulla salute. E poco regge la tesi dell’attore quando sottolinea che “questo non è un film sul tabacco, ma sul diritto di tutti a decidere per la propria vita”. Anche perché è proprio questo uno dei cardini della propaganda delle multinazionali del tabacco e della loro linea difensiva di fronte alle richieste di risarcimento dei parenti di persone decedute per malattie connesse al fumo. Imputare alla libera scelta del fumatore le conseguenze del proprio vizio, infatti, ha sempre messo al riparo i produttori da qualsiasi responsabilità.

Uno studio franco-svizzero presentato dal Codacons ai rappresentanti dell’Istituto superiore di sanità, in occasione della giornata mondiale antifumo 2006 del 30 maggio 2006, ha rivelato la presenza – nelle sigarette delle maggiori marche mondiali – di additivi, chimici e naturali, come mentolo, liquirizia, cacao e ammoniaca. E questo, poiché tali sostanze creano dipendenza alla nicotina come una sorta di droga, lascia poco spazio a qualsiasi discorso sulla libertà di scelta, come sostiene il professor Silvio Garattini, direttore dell’Istituto Mario Negri, una delle massime autorità italiane in tema di salute e di farmaci. Se poi ci mettiamo che il protagonista, il ‘mostro’, il ‘lobbista’, è certamente più simpatico, gradevole, e soprattutto più libero, dei suoi accusatori, tutti dipinti come babbioni moralisti, ecco che prende sempre più forma l’immagine di un’astuta, l’ennesima, operazione degli uomini del marketing dei produttori di tabacco che, senza dare troppo nell’occhio, mettono fumo e fumatori sotto riflettori che proiettano una luce artificiale, quindi non certo negativa.

A dare sostegno ai dubbi che nelle sale cinematografiche sia in atto una controffensiva a favore del tabacco è anche un’analisi della Tobacco and the Movie Industry. Per non dire del fatto che questo è il terzo film di successo in un anno che parla apertamente del mondo dei fumatori (dopo Coffee & Cigarettes di Jim Jarmusch e Romance & Cigarettes di John Turturro). Secondo lo studio, ci sono tante persone che fumano sullo schermo quanto negli anni Cinquanta, quando Humphrey Bogart spopolava con una sigaretta penzolante fra le labbra. Ma forse ora è ancora peggio. Infatti, nonostante il numero dei fumatori si sia dimezzato in 50 anni, negli anni Cinquanta si verificavano 10,5 “incidenti” di fumo ogni ora nei 79 film di maggior successo commerciale. L’incidenza è scesa al 4,9 per ora nel 1982. Oggi ha addirittura superato gli anni Cinquanta ed è di 10,9 “incidenti” (gente che fuma, poster pubblicitari, ombrelloni con pacchetti di sigarette, portacenere e via fumando). Secondo gli studiosi, anche se nel film viene biasimato chi fuma, è sempre un simpatico scavezzacollo, uno che se ne frega, uno da ammirare, mentre prima, per anni, chi fumava nei film era il cattivo o l’immigrato europeo dal futuro incerto

Per chi non se ne fosse accorto, la legge sulla censura cinematografica è ancora in vigore ed è la 162 del 1961. Ma se pensiamo all’uscita di “Thank you for smoking” forse è il caso di dire che serve a ben poco, visto che la pellicola ha ottenuto il giudizio positivo della Commissione di revisione cinematografica, il modo contemporaneo per dire “censura”. E questo nonostante la legislazione europea con la Direttiva 2003/03/CE e l’Oms con la Convenzione quadro per il controllo del tabacco – cui l’Italia ha aderito ma senza poi ratificarla – parlino chiaro: la pubblicità diretta e indiretta dei prodotti del tabacco è vietata. “In nessun articolo della 162 – si difende Salvatore Zammataro della Commissione -sono forniti parametri che indichino le sigarette tra i motivi per vietare la proiezione in pubblico”. Forse solo nell’articolo 5 “si può trovare un nesso con il problema in questione” visto che possono essere stabiliti divieti particolari per i minori, “in relazione alla particolare sensibilità dell’età evolutiva e alle esigenze della (loro) tutela morale”. Sembra veramente poco, anche per via del fatto che, nel caso fosse applicato, il divieto riguarderebbe solo i minori, mentre Oms e Direttiva non pongono la questione in base all’età: il fumo fa male a tutti e la pubblicità non deve raggiungere nessuno.

“Grazie all’articolo 5 – spiega Zammataro al VELINO – è stato possibile porre un divieto ai minori quando nel film vengono accese più sigarette”. E questo, non c’è che dire, rende la vicenda ancora più incredibile. In “Grazie se fumi” nessuno accende mai nemmeno un cerino, ma per due ore il simpatico (non a caso) e logorroico protagonista non parla d’altro che di sigarette, tabacco e fumare. Siamo stati tutti bambini e tutti sappiamo quanto stimoli curiosità un qualcosa di cui si sente parlare in continuazione, per di più senza poterla vedere. Ma le magagne di questa legge obsoleta e incompleta non finiscono qui. Ci sono situazioni in cui un film può essere proiettato prima ancora di ottenere il nulla osta della Commissione. “Accade in occasione dei festival cinematografici, delle mostre e dei mercati”, precisa Zammataro. Non essendo queste situazioni propriamente pubbliche, la visione del film avviene a prescindere dal contenuto. È solo alla conclusione del festival, quando la pellicola dovrà essere distribuita nel circuito dei cinema, che avviene il transito in Commissione. Per questo può accadere, come nel caso di “Grazie se fumi” osannato al Sundance e al Toronto festival, che queste manifestazioni vengano usate come cassa di risonanza pubblicitaria, e si riescano a far passare, con la complicità passiva del legislatore, messaggi vietati da leggi e trattati internazionali.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli 16 set 2006 09:40

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

Discussione

Un pensiero su “Cinema, un insidioso spot a favore del fumo

  1. Non ho visto il film in questione, quindi non giudico il contenuto. Interessante la riflessione sulla ‘censura cinematografica’. L’importante è che se ne parli, direbbe qualcuno, personalmente non vorrei pensare ad una lobby produttrice del film, sembrerebbe esagerato, direi solo un film palesemente controtendenza.

    Pubblicato da Franco | 25 dicembre 2009, 6:02 pm

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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